A dicembre dello scorso anno, con la pubblicazione del numero zero dell’Osservatorio, davamo avvio a questa nuova attività informativa sulla salute mentale, persuasi come eravamo che fosse quanto mai necessario dotarsi di uno strumento in grado di raccontare con continuità ciò che accade, si dice e si decide su questo argomento che ci tocca e ci interroga tutti sempre più da vicino, come individui e come società.
Necessario perché ciò che accade intorno a questo tema, importante quanto l’aria che respiriamo, non scompaia nel flusso incessante delle notizie di ogni giorno, ma possa essere seguito nel tempo, con rigore e attenzione, in modo da far emergere connessioni, tendenze e possibili linee interpretative. Ora, dopo quasi dieci mesi di lavoro e otto numeri pubblicati, possiamo fermarci a mettere a fuoco quanto di più significativo è emerso. Sette sono gli argomenti che ricorrono con maggiore insistenza nel periodo considerato e che riteniamo meritevoli di commento.
1. Salute mentale e fasi di vita
Abbiamo notato che il disagio psichico è spesso oggetto di attenzione relativamente a specifiche fasi e condizioni di vita delle persone: età evolutiva, maternità, periodo perinatale, tempi e luoghi di lavoro – sempre più spesso riconosciuti come patogeni – e infine situazioni di solitudine ed emarginazione per gli anziani. È vero ed è così perché la salute e il benessere mentale, la qualità del pensiero e delle relazioni, non sono questioni astratte, ma si sviluppano e prendono corpo dentro i concreti contesti e periodi di vita delle persone.
Ma se è vero che in ciascuna fase di vita esiste una specifica criticità da analizzare, è il loro “combinato disposto” che rischia di generare un quadro di disagio diffuso che può diventare davvero difficile da affrontare. Ciò che accade infatti è che all’interno delle relazioni familiari e sociali i problemi specifici di ogni fase di vita si moltiplichino reciprocamente, creando un groviglio di malessere che si trasmette e si diffonde nella generalità della popolazione. A fronte di tutto ciò pensare solo a soluzioni disegnate per questa o quella fascia d’età rischia di essere del tutto inutile. Riteniamo invece che servirebbe una presa di coscienza politica complessiva del fenomeno, considerandolo una potenziale emergenza sociale di cui il disagio più visibile di alcune fasce sociali o di età rappresenta solo la punta dell’iceberg.
2. Determinanti socio-economiche politiche e ambientali
Nel periodo coperto dal nostro Osservatorio diverse analisi hanno evidenziato come l’aumento dei disturbi depressivi e del disagio psichico si intrecci con povertà materiale, relazionale e sociale. Già nel 2014 l’OMS, nel rapporto sui determinanti sociali della salute mentale redatto con la Fondazione Gulbenkian, affermava che la salute mentale si genera in larga misura dagli ambienti sociali, economici e fisici dove le persone vivono. Solitudine, cambiamento climatico, stress lavorativo e precarietà abitativa, fino a quella che è stata definita “ansia cumulativa globale” non sarebbero quindi semplici dettagli del problema ma sue parti costitutive. Se i fattori che indeboliscono la salute della popolazione hanno origine nella scuola, negli ambienti di lavoro, nelle disuguaglianze, nello stesso clima geopolitico in cui siamo immersi, almeno una parte delle risposte dovrebbe venire da lì, a monte, e non solo a valle, da strutture sanitarie e specialisti.
Il ruolo di queste determinanti continua a essere sistematicamente sottovalutato dalla politica, mentre le loro conseguenze si impongono ormai all’attenzione di tutti, negli Stati Uniti come in Europa. Ci chiediamo allora se non siamo davanti alla stessa forma di rimozione che per anni ha accompagnato il riscaldamento globale ossia non la negazione esplicita del fenomeno – nessuno oggi nega che esista un’emergenza della salute mentale – ma la sua sistematica sottovalutazione, e la convinzione, mai dichiarata ma evidente nei fatti, che l’unica risposta possibile sia solo curarne gli effetti e non intervenire sulle cause.
3. Un sistema in affanno anche per chi resta fuori
Non c’è stato un nostro numero che non abbia segnalato dati ed evidenze che confermano l’enorme squilibrio tra domanda e offerta di salute mentale in Italia. Il Rapporto del Ministero della Salute sui dati 2024, pubblicato soltanto lo scorso aprile, lo conferma. Tra il 2016 e il 2024 le strutture territoriali sono diminuite del 15,3%. Il costo medio per abitante adulto nel 2024 è tornato a 75,2 euro, circa allo stesso livello (75,5 euro) del 2016: otto anni di inflazione al 18,8% e un Fondo sanitario cresciuto da 111 a 138 miliardi rendono questo un calo reale di circa un quinto, con per di più forti divari regionali. Il personale dei Dipartimenti di Salute Mentale è di 33.142 unità ancora sotto i livelli del 2015 e con una carenza di oltre 8.000 unità rispetto agli standard Agenas, mentre la residenzialità continua ad assorbire il 44,7% della spesa territoriale per il 3,5% dell’utenza. Il risultato è un sistema che si muove sulle urgenze: “Nel 2024 quasi 259.000 persone, ossia quasi un terzo dell’intera utenza annuale, hanno incontrato i servizi di salute mentale per la prima volta nella loro vita.
I numeri parlano abbastanza chiaro, tuttavia tralasciano un “particolare”. Che ci sia un enorme divario tra offerta e domanda espressa di salute mentale in Italia infatti è incontrovertibile, ma cosa succede se allarghiamo lo sguardo alla domanda inespressa? Ma quelli che, pur avendone bisogno, non si rivolgono né ai servizi pubblici né ai privati? Il costo è certamente un ostacolo, e frena circa un italiano su tre. Ma non è il principale. Nelle World Mental Health Surveys dell’OMS la ragione più frequente per cui non si inizia un percorso di cura è la mancata percezione del bisogno, e fra chi invece quel bisogno lo riconosce il 63,8% dichiara di voler “fare da solo”. Lo conferma il dato italiano, secondo cui la ragione più citata da chi non si rivolge a un professionista non è il costo ma la convinzione di non averne bisogno, indicata dal 53% delle persone intervistate. Le barriere economiche e quelle culturali spingono quindi nella stessa direzione, disincentivando la possibile utenza, come anche il fatto che i servizi pubblici vengano percepiti come poco presenti, lontani e per giunta con lunghe liste d’attesa.
In quale numero siano questi “invisibili” non lo sappiamo. Chi non si presenta infatti non entra in nessun flusso informativo, non genera domanda rilevabile di salute e proprio per questo non esiste ai fini di qualunque decisione politica. Gli ostacoli che abbiamo descritto tuttavia ci indicano anche quali siano le leve su cui sarebbe possibile intervenire.
La prima riguarda i servizi, che dovrebbero diventare non solo più efficienti, ma anche più visibili. La loro presenza sul territorio è essa stessa un messaggio, e oggi il messaggio che arriva è di lontananza e inadeguatezza. La seconda è culturale: senza una cultura diffusa della salute mentale, e quindi della prevenzione, il bisogno non viene riconosciuto e nessun potenziamento dei servizi sarà in grado di intercettarlo.
4. La nocività dell’ambiente digitale
In ogni numero dell’Osservatorio abbiamo evidenziato criticità nell’uso dei social. Qualche dato: un’indagine su oltre 20.000 studenti italiani tra scuole medie e superiori rileva che il 77,5% dichiara di sentirsi dipendente dai dispositivi digitali e che, tra chi ha provato a limitarne l’uso, solo il 23,3% ci è riuscito. Su scala europea, l’Eurobarometro ha rilevato che i ragazzi passano in media 4,5 ore online nei giorni di scuola e oltre sei nel fine settimana, e circa uno su tre dichiara di sentirsi stressato, triste o escluso a causa dei social. Un passaggio chiarificatore a questo riguardo è avvenuto nei tribunali americani: nel marzo scorso, nel caso K.G.M. contro Meta e Google, una giuria di Los Angeles ha per la prima volta trattato le piattaforme come prodotte con una architettura deliberatamente progettata per massimizzare il tempo di permanenza, in definitiva per suscitare dipendenza nell’utente. Ogni epoca tuttavia ha le sue droghe e le sue forme di dipendenza, immancabilmente sfruttate da chi vi costruisce sopra profitti e forme di controllo sociale. Oggi a quelle che già conosciamo – dal gioco d’azzardo all’alcol alle sostanze – si aggiungono i social le cui architetture sono appunto costruite appositamente per generare scrolling e assuefazione. Ma nessuna dipendenza, per quanto sapientemente progettata, fa presa su chi non ha vuoti da colmare, non è la sostanza a creare il bisogno. Vale anche per i social, dove evidentemente è soprattutto la disposizione emotiva di un ragazzo a orientare il suo modo di stare online, e non il contrario.
Ecco perché l’enfasi sulla dannosità dei social ci sembra in parte sospetta. C’è, in quella enfasi, un intento deresponsabilizzante di chi invece dovrebbe rispondere del resto, della scuola, del lavoro, delle città, di una società che offre sempre meno occasioni di relazione e nessuna idea o prospettiva condivisa di futuro. I social possono far male, certo, ma vera domanda da porsi è: che cosa manca oggi fuori dallo schermo, nella vita reale, perché facciano così presa?
Per i più piccoli riteniamo invece che il discorso sia di tutt’altra natura. Qui non si tratta di vuoti da colmare, né di essere soggetti più o meno vulnerabili, ma del fatto che una identità in formazione non può essere esposta a certi contenuti e a certi meccanismi, indipendentemente da ogni atRa considerazione. È l’unico terreno su cui a nostro avviso fissare soglie d’età potrebbe avere senso. Proprio pochi giorni fa, il 17 settembre, la Commissione europea ha presentato l’EU KIDS Act, che vieta gli account social sotto i 13 anni e prevede il controllo parentale fino ai 15.
5. Politica e partecipazione
La spesa non è l’unico indicatore possibile ma resta comunque il più immediato per capire quanta attenzione la politica dedichi davvero alla salute mentale. Ebbene tra il 2016 e il 2024 è rimasta ferma attorno ai 3,8 miliardi mentre il Fondo sanitario nazionale cresceva da 111 a 138 miliardi. Tradotto in quota, ha significato passare dal 3,45% al 2,73% della spesa sanitaria pubblica cioè quasi tre quarti di punto in meno in otto anni, e sempre molto lontano da quel 5% che gli accordi Stato-Regioni indicano come soglia di riferimento.
In questo quadro, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 si è posto al centro dell’attenzione il PANSM 2025-2030, accolto da più parti come una svolta dopo anni di attesa. Ma se si guardano i numeri, a parità di scenario, gli 80 milioni stanziati per il 2026, gli 85 per il 2027 e i 90 per il 2028 – più i 30 strutturali dal 2029 – spostano il rapporto di appena 0,06 punti percentuali. È un ordine di grandezza marginale rispetto ai circa 375 milioni che servirebbero solo per arrivare al 3%, e ai 3,1 miliardi necessari per raggiungere il 5%. Questo sul piano delle risorse. Se poi ci si sposta sui provvedimenti, il quadro non migliora: il disegno di legge Zaffini di riforma della 180 è fermo da due anni, il Tavolo ministeriale istituito nel 2023 dopo la morte di Barbara Capovani ha prodotto un solo documento che rinvia tutto alle normative regionali, e i richiami della Corte Costituzionale su REMS e TSO restano senza seguito.
La politica sanitaria tuttavia non vive solo di risorse finanziarie e provvedimenti legislativi. Consideriamo che già solo le tre federazioni nazionali dei familiari raggruppano in Italia cinque o seimila iscritti, e che dietro di loro c’è un mondo incomparabilmente più ampio fatto di pazienti, familiari, operatori, volontari, professionisti. Tutti questi soggetti non dispongono oggi di sedi in cui il proprio contributo conti davvero qualcosa. È vero che Consulte per la salute mentale esistono già in diverse Regioni e in molti Dipartimenti, ma con rischi segnalati e reali di sudditanza e condizionabilità, che restano tanto più alti quanto minore è la loro visibilità e la considerazione nella quale vengono tenute da chi dirige i servizi.
Garantire e tutelare una partecipazione attiva e informata, rendendo questi organi parte integrante dell’architettura dei servizi sanitari pubblici, con autonomia e visibilità proprie e un’autorevolezza che oggi non hanno, sarebbe una misura sostanzialmente a costo zero. Che le energie ci siano, e che manchi solo chi le raccolga lo dimostra ad esempio il recente caso della Regione Lazio in cui la Consulta regionale, inattiva per circa quattro anni, ha visto riaprire il bando di ricostituzione soltanto quest’estate sotto la pressione delle associazioni. Quando la politica non si muove la società civile lo fa al posto suo. Il che, se da un lato è una buona notizia, dall’altro segnala un’inerzia e una latitanza che su questo versante sono pressoché totali: né il PANSM, né il disegno di legge Zaffini, né alcuna delle altre iniziative di questi mesi contengono una sola proposta sul rafforzamento degli organismi partecipativi. L’unica misura che non richiederebbe risorse è anche l’unica di cui nessuno si occupa.
6. Linguaggio e responsabilità dell’informazione
Il tema della salute mentale è sempre più presente nel discorso pubblico e nella stessa vita delle persone. Il Censis registra ad esempio che ben il 74,1% degli italiani dichiara di aver avuto esperienze dirette o indirette con problemi di salute mentale. Quello che se ne sa e se ne pensa tuttavia dipende in larga parte anche da come se ne parla. Man mano che se ne diffonde l’uso, l’espressione “salute mentale” tende ad allargarsi fino a comprendere tutto, dalla sofferenza clinica al disagio momentaneo, al semplice “diritto al riposo” da una vita stressata. Si rischia così di banalizzare il tema e, insieme, di rendere meno visibile proprio le forme di disagio più grave. Nonostante il fenomeno sia in crescita insomma manca ancora una vera cultura della salute mentale, e prima ancora un linguaggio per parlarne. C’è poi un secondo problema che non riguarda tanto le parole usate quanto proprio i contenuti diffusi. È stato rilevato ad esempio che fino al 56% dei post social sull’argomento contiene informazioni imprecise, una quota che cresce ulteriormente quando si verifica un fatto di cronaca collegato, a torto o a ragione, alla sofferenza psichica.
Nonostante tutto però qualcosa si muove. Nel numero di dicembre abbiamo voluto richiamare il vademecum “Informare sulla salute mentale”, pubblicato nel maggio 2025 da Ordine dei Giornalisti, Rai per la Sostenibilità ESG e Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma 2, che offre ai giornalisti un glossario, indicazioni deontologiche e casi concreti di buona e cattiva informazione. Sottolineiamo qui però che il problema non riguarda solo la qualità dell’informazione, ma anche la sua intermittenza. Le due cose, peraltro, sono collegate tra loro perché la qualità di ciò che si legge tocca immancabilmente il punto più basso proprio quando il tema viene affrontato sull’onda emotiva di un fatto di cronaca. Se emerge soltanto in questi momenti e poi scompare, viene a mancare proprio quel terreno di conoscenza condivisa e di attenzione che potrebbe far crescere nell’opinione pubblica consapevolezza e iniziativa politica.
7. Psicologo di base e delle cure primarie
Se c’è un tema che in Italia abbiamo visto diventare davvero popolare è quello dello psicologo delle cure primarie. Compare quasi in ogni numero del nostro Osservatorio e attraversa tutte le regioni: nel Lazio una proposta di legge di iniziativa popolare ha superato le tredicimila adesioni e a gennaio è stato istituito il Servizio di psicologia scolastica; la Campania ha fatto da apripista con una legge regionale, seguita da Toscana, Sicilia, Abruzzo e Piemonte; il Veneto ha aperto ad aprile l’iter di un testo unico. Il bisogno sembra maturo e documentato, una quota consistente di chi si rivolge al medico di famiglia porta in realtà un bisogno di natura psicologica.
Tuttavia proprio perché è la misura più popolare rischia di essere evocata più che discussa, e di appiattirsi su pochi slogan. Dove si colloca, nelle Case della Comunità o nei distretti? Come si integra con i medici di famiglia e con i Dipartimenti di Salute Mentale? Con quale piano di assunzioni viene sostenuta, e con quale stanziamento di risorse? Sono domande che non hanno ancora una risposta condivisa, mentre sul piano nazionale il testo unificato bipartisan sull’argomento è fermo da tre anni in Commissione alla Camera, in attesa che il Ministero della Salute chiarisca come finanziarlo.
Tra le varie domande a questo punto però se ne affaccia anche un’altra: se davvero serve ascolto, prevenzione e diagnosi precoce sul territorio e nei distretti, che fine hanno fatto i consultori? Nati mezzo secolo fa con la legge 405 del 1975 come presidi di prossimità, l’ultima indagine nazionale disponibile, quella dell’Istituto Superiore di Sanità del 2018-2019, ne contava circa 1.800, uno ogni 32.325 residenti, il 60% in meno del fabbisogno fissato dalla legge 34 del 1996, con una sola équipe completa ogni due sedi. Lì c’era, e in parte c’è ancora, una rete socio-sanitaria complessa, che tiene insieme salute della donna, sostegno alla genitorialità, politiche di genere e prevenzione della violenza. A prescindere dal giudizio che si possa dare a questa nuova figura al centro della discussione pubblica, questa è una rete che andrebbe valorizzata e non smantellata.
