OSSERVATORIO MENSILE SALUTE MENTALE – N. 7 LUGLIO 2026

OSSERVATORIO MENSILE SALUTE MENTALE – N. 7 LUGLIO 2026

Questo Osservatorio mensile raccoglie e mette in relazione notizie, dati e segnali su ciò che si muove intorno al tema della salute mentale, articolandoli in sei punti di osservazione su quanto accaduto nel mese appena trascorso: (1) Infanzia e adolescenza (2) Indagini e dati (3) Politiche pubbliche (4) Sfide e problemi aperti (5) Cultura, opinioni, società (6) Territori e partecipazione con focus su Roma e Lazio.

INFANZIA E ADOLESCENZA

Anche nel mese appena trascorso torna l’argomento (il problema?) dei social. Quando le scuole chiudono gli specialisti infatti tornano a suonare sempre lo stesso campanello d’allarme. Non sappiamo se sia fondata ma la preoccupazione ad esempio dei neuropsichiatri della Sinpia e dell’Istituto Bollea del Policlinico Umberto I avvertono è che le vacanze lungi dal rappresentare una pausa dai rischi digitali, siano invece il periodo nel quale essi si moltiplicano: venuti meno orari e relazioni scolastiche, il tempo passato online tende infatti ad aumentare. L’OMS registra un aumento dell’uso problematico dei social tra gli adolescenti, salito in pochi anni dal 7 all’11%, in particolare tra le ragazze. Sul fronte clinico, gli esperti del Bambino Gesù segnalano come l’iperconnessione estiva per i più giovani si intrecci con disturbi del sonno (il cosiddetto “social jetlag”), pressione sull’immagine corporea e un netto incremento dei disturbi alimentari.
Le spiegazioni chiamate in causa sono anche neurologiche: il cervello dell’adolescente è più sensibile ai riconoscimenti e alla pressione da parte dei coetanei, mentre gli algoritmi tendono a premiare i contenuti più stimolanti. Di qui la ricorrente richiesta di educazione digitale, rispetto effettivo di limiti d’età e, per alcuni esperti, la necessità di introdurre un vero e proprio “patentino” prima dell’accesso ai social.

Accanto a queste voci, che restano in parte impressioni professionali, arrivano però dati e misure di respiro europeo, pensati proprio per dare oggettività all’analisi e offrire indirizzi comuni a Paesi che finora si sono mossi in ordine sparso. Un nuovo sondaggio Eurobarometro, presentato dalla Commissione europea, prova a quantificare il fenomeno: i ragazzi dell’UE passano in media 4,5 ore online nei giorni di scuola e oltre 6 nel weekend, quasi 9 su 10 riferiscono almeno un sintomo negativo e, come rilanciano la stampa sanitaria e quella di settore, circa un soggetto adolescente su tre riferisce di sentirsi stressato, triste o escluso a causa dei social. Emerge anche un legame chiaro tra età di primo utilizzo e ore totali di fruizione dei dispositivi.

Su queste basi la Commissione, che il 13 luglio riceverà le raccomandazioni finali del panel sulla sicurezza dei minori online, punta a rafforzare gli strumenti già esistenti, dal Digital Services Act all’app europea per la verifica dell’età, dando respiro e cornice condivisa alle singole iniziative nazionali.

INDAGINI E DATI

A fine giugno l’Ufficio regionale europeo dell’OMS ha pubblicato uno studio su come i diversi paesi misurano la salute mentale dei propri cittadini. Passando in rassegna la letteratura scientifica i ricercatori hanno individuato circa 450 indicatori diversi, costruiti con criteri spesso non coincidenti tra loro, al punto che i dati di un paese difficilmente reggono il confronto con quelli di un altro. Il caso più evidente è quello della depressione negli adolescenti che viene rilevata con definizioni talmente diverse che le statistiche nazionali finiscono per presentare situazioni assolutamente non paragonabili tra loro.

Nel frattempo la salute mentale della popolazione sembra peggiorare. Nel 2021 le persone con un disturbo mentale nella regione europea erano oltre 143 milioni, il 16% della popolazione, circa un quarto in più rispetto al 2019. Su queste basi gli autori chiedono un sistema di misurazione condiviso, perché ciò che non viene rilevato con precisione difficilmente poi entra efficacemente nelle scelte di politica sanitaria. Pochi giorni prima arrivava ad una richiesta analoga anche la Società Italiana di Psichiatria. Riunite in conferenza nazionale, le sezioni regionali hanno proposto di istituire una conferenza permanente delle Regioni per tenere sotto osservazione servizi e criticità. Alla frammentazione dei dati in Europa corrisponde, in Italia, quella dei servizi con venti sistemi regionali che procedono ciascuno per conto proprio, e differenze marcate tra territori nella dotazione di personale e nell’accesso alle terapie. Il dato che ha fatto più notizia riguarda la pressione sui servizi: circa un milione di italiani in cura e richieste di aiuto raddoppiate in cinque anni, con aumenti tra il 30% e oltre il 50% nel periodo post-pandemico, soprattutto per ansia, depressione e comportamenti autolesivi. La stessa curva descritta dall’OMS, vista questa volta dagli sportelli dei centri di salute mentale e dai pronto soccorso.

POLITICHE E ISTITUZIONI

Il quadro è noto: circa un milione di italiani in cura, richieste di aiuto raddoppiate in cinque anni, servizi a macchia di leopardo e …e un disagio psichico che, cinque anni dopo il Covid, non è mai rientrato. Da più parti, psichiatri, associazioni di familiari, regioni, chiedono di più: più fondi, più personale, più coordinamento. Ma questo “di più” per ora non arriva. Vale la pena guardare, allora, a cosa si muove davvero sul piano politico-istituzionale.

Il fatto concreto del mese è il decreto di riparto alle Regioni firmato dal ministro Schillaci per attuare il PANSM 2025-2030. Le cifre: 80 milioni nel 2026, 85 nel 2027, 90 nel 2028 e 30 milioni strutturali dal 2029. La logica dichiarata è quella di risorse non “a pioggia” ma vincolate. Nel triennio 2026-2028 il 30% è riservato alle azioni di prevenzione, con accesso ai fondi, comprese le quote premiali del Fondo sanitario, condizionato a un monitoraggio periodico degli obiettivi raggiunti. Il riparto passa per decreto del ministro di concerto con il MEF e con la Conferenza Unificata. Le principali priorità di spesa sono costituite da screening precoce della depressione post-partum, presa in carico degli adolescenti e continuità nel passaggio dai servizi per minori a quelli per adulti, oltre ad una maggiore attenzione per la salute mentale nelle carceri.

Sul fronte legislativo, la riforma della legge 180 firmata da Francesco Zaffini (FdI) resta impantanata. Presentato a giugno 2024 e scelto come testo base tra quattro proposte, Il disegno di legge in due anni non è mai arrivato al voto con i lavori in commissione procedono a singhiozzo e con lunghi periodi di stallo. A rallentarlo soprattutto l’ostilità di gran parte dell’associazionismo e di molti clinici, che nel testo vedono una deriva “neo-manicomiale” con nuove strutture ad alta contenitività e un baricentro spostato dalla cura alla sicurezza. Non a caso più osservatori lo danno ormai per arenato.

Il capitolo più grave riguarda le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS). A dieci anni dalla legge 81, lo psichiatra Pietro Pellegrini fotografa un sistema in sofferenza: circa 750 persone in lista d’attesa a fronte di poco più di 600 posti, con pazienti che restano in carcere o in limbo giudiziario mentre un provvedimento del giudice ha già disposto la cura. È, a tutti gli effetti, anche una questione di diritti umani. E soprattutto manca l’essenziale ossia un osservatorio nazionale e una cabina di regia con dati certi, in assenza dei quali la situazione resta opaca e non governata.

SFIDE E PROBLEMI

Le questioni sollevate nel mese partono da direzioni diverse, ma si riferiscono tutte ad una stessa crisi, quella della psichiatria. Una crisi che può essere vista da diverse angolazioni.

La prima è organizzativa e istituzionale. In una lettera a Quotidiano Sanità, lo psichiatra Andrea Angelozzi descrive un vero e proprio «vuoto delle responsabilità» dei servizi: dopo la riforma del Titolo V, si verifica un rimpallo continuo tra Regioni e Ministero in cui nessuno si sente veramente responsabile, provvedimenti «a invarianza della spesa» che nascondono tagli, una politica che si limita a descrivere i problemi e non ad affrontarli.

La seconda è economica. Quando il servizio pubblico è insufficiente, la possibilità di curarsi dipende dalla capacità di spesa del singolo: l’indagine Nomisma per l’Osservatorio UniSalute, se da un alto fotografa un disagio crescente, evidenzia che il costo delle sedute resta una barriera per circa un terzo degli intervistati, e chi intraprende un percorso, dichiarandosene poi soddisfatto, spesso lo paga di tasca propria. La difficoltà, semmai, è proprio arrivarci.

Il terzo è il sovraccarico e l’abuso di farmaci. Dove la psicoterapia è cara o irraggiungibile, la via farmacologica diventa la principale scorciatoia. Tuttavia i farmaci sono facili da iniziare e difficili da ridurre, tanto che per riuscirci è stato addirittura prodotto un “manuale”. Lo Sportello Ti Ascolto ha tradotto la guida alla riduzione del danno dell’Icarus Project e del Freedom Center, un strumento nato dall’esperienza diretta e dai pari, un invito all’autodeterminazione informata all’interno di un sistema che sa prescrivere molto meglio di quanto sia in grado di sostenere chi desidererebbe ridurre o interrompere la terapia farmacologica.

Ma il lato più profondo della crisi è quello che tocca l’identità della psichiatria stessa. Nel convegno di presentazione del libro L’ADHD. L’iperattività tra sintomo e ribellione, lo psichiatra Pieritalo Pompili sposta la crisi dal piano organizzativo a quello dei fondamenti costitutivi della disciplina medica: si individuano sintomi, si fanno correntemente diagnosi e si prescrivono terapie e trattamenti spesso anche o soprattutto farmacologici, ma a fronte di tutto ciò esiste un reale progresso della conoscenza? Si è capaci di riconoscere e descrivere sintomi, si definisce spesso la malattia come «disturbo», come fosse un malfunzionamento da correggere. Ma si studia veramente la mente e il pensiero, insomma come sta una persona? O ciò che interessa è solo il suo funzionamento, la sua identità sociale? Se una persona funziona bene, è per ciò stesso guarita, è sana? Se l’obiettivo della cura diventa solo normalizzare il funzionamento, che ne è di mente, affetti, psicodinamica, psicopatologia dell’inconscio? Insomma, alla luce di tutto questo, dove sta andando la psichiatria?

A queste domande fa eco, quasi in un dialogo a distanza, Enrico Ferraro, presidente di AGAVE Odv che, intervenendo pochi giorni prima al convegno Decifrare la contemporaneità. Capire il presente. Insieme presso il teatro Ateneo di Roma, racconta l’esperienza personale di una ragazza, paziente dei servizi pubblici. La incontra anni prima: parole formalmente corrette, comunicazione fluente, modi gentili eppure con un pensiero talmente alterato da essere convinta di avere davanti un’altra persona. Quest’anno è tornata a salutarlo, sorridente, con la notizia che nel frattempo aveva avuto una bambina. «Come si fa a sapere se è guarita?»: quella bambina è la rappresentazione di una vita diversa, o solo un altro modo di dire «sono ancora viva»? La bambina «ha il diritto di avere una madre che sta bene», la madre «di essere guarita». È la stessa distinzione che pone Pompili, tra il “funzionare” e lo “stare bene”, qui raccontata attraverso una storia reale. E l’«altra frontiera» che Ferraro indica suona proprio come una possibile via per rispondere all’interrogativo di Pompili sulla necessità di un reale progresso delle conoscenze. Se il pensiero di Basaglia è stato in parte tradito e se la trasformazione politico-sociale auspicata è stata in gran parte ridotta a mera trasformazione organizzativa, ciò che servirebbe è «una nuova rivoluzione», che parta dal linguaggio, da una nuova idea della cura e dell’essere umano nella società. E serve passare dalla salute mentale, concetto sanitario, alla «salute della mente», che vive anche di casa dignitosa, spazi urbani accoglienti, scuola, lavoro, partecipazione. La crisi della psichiatria non si affronta solo con più fondi o meno farmaci ma solo se mente e persona tornano a essere insieme oggetto di una conoscenza scientifica seria e titolari di un diritto universale alla cura.

SALUTE DELLA MENTE – OPINIONI, LAVORO, SOCIETA’

Continuare a considerare il disagio psicologico come una questione strettamente privata è un approccio che ormai non regge più alla prova dei fatti. Lo confermano i numeri: secondo il Report Benepsys, recentemente presentato al Senato e ripreso da Il Riformista, quasi un italiano su due vive oggi una condizione di malessere, con richieste di aiuto che superano costantemente le risorse disponibili per farvi fronte. Non si tratta, peraltro, di un’anomalia solo italiana. Come evidenziato da Stefano Monti su Formiche analizzando i dati del Global Burden of Disease, i disturbi mentali rappresentano oggi la prima causa al mondo per numero di anni di vita vissuti con disabilità. Le radici di questa sofferenza non sono esclusivamente legate alla sfera personale e familiare, ma si intrecciano con le condizioni economiche, i ritmi di vita e la qualità dei luoghi che abitiamo.

Il primo fattore critico è rappresentato il dissolvimento dei legami sociali. L’Indice Cesvi 2026 concentrato sul periodo dell’infanzia ha introdotto a questo proposito un concetto fondamentale: la “povertà relazionale”. Non si tratta solo di una carenza di mezzi economici, ma dell’assenza, nel caso dei bambini, di adulti di riferimento, di spazi sicuri e di comunità in grado di proteggere. Questa povertà ha una precisa connotazione geografica: nel Mezzogiorno, i servizi di sostegno alla genitorialità coprono meno di un terzo delle famiglie raggiunte al Nord. Quando il tessuto sociale si sfilaccia, i più vulnerabili – in primis i bambini – restano pericolosamente esposti. E forse questo può riguardare anche i soggetti adulti.

Il secondo grande imputato è l’ambiente di lavoro. A livello europeo la consapevolezza sta crescendo: la campagna EU-OSHA 2026-2028 sollecita l’inclusione dei rischi psicosociali nei documenti di valutazione, col medesimo rigore riservata storicamente ai rischi chimici o ambientali. La necessità di questo cambio di passo è illustrata dai dati Eurofound (ripresi da Lavoce.info e Il Fatto Quotidiano): dal 2010 a oggi, l’ansia dichiarata dai lavoratori europei è più che raddoppiata, mentre il rischio depressivo rimane stabile. A pesare su questo tracollo non è tanto il livello salariale, quanto l’intensità delle pressioni esercitate sui lavoratori e la scarsa qualità delle relazioni interne all’organizzazione aziendale.

Chi sperava che il lavoro da remoto potesse rappresentare la soluzione a questi mali, deve però ricredersi. Un imponente studio pubblicato su Science e ripreso da Focus rivela che circa un terzo dell’aumento di solitudine e malessere mentale registrato nella popolazione è direttamente attribuibile allo smart working. Pur con tutti i suoi difetti, l’ufficio fungeva da fondamentale infrastruttura sociale “gratuita”: l’abbiamo progressivamente smantellata senza calcolarne il reale prezzo psicologico.

Esiste tuttavia una strada percorribile: riprogettare gli spazi. Se il contesto ha il potere di farci ammalare, ha altrettanto il potenziale per curarci. Come sottolineato da Lorenzo Tedeschi in un editoriale su Gli Stati Generali, l’OMS stima che la qualità delle relazioni e dei luoghi che abitiamo determini quasi il 50% dello stato di salute psicologica di una persona. Il verde urbano, la luce naturale, la bellezza architettonica e la presenza di spazi di decompressione negli uffici non sono semplici vezzi estetici, ma vere e proprie infrastrutture sanitarie. La cura genera cura, mentre il degrado (come insegna la teoria delle “finestre rotte”) alimenta inevitabilmente altro abbandono.

Ma intanto, chi si occupa della cura? In un’intervista a Luce!, Danila De Stefano evidenzia una realtà allarmante: il Servizio Sanitario Nazionale italiano conta appena uno psicologo ogni 11.600 abitanti, e l’Italia destina alla salute mentale una quota della spesa sanitaria nettamente inferiore alla media europea. Finché il benessere psicologico verrà trattato come un mero costo anziché come un investimento strutturale, il sistema pubblico continuerà a intervenire solo quando è ormai troppo tardi.

Proprio da questa grave insufficienza sistemica nasce lo spazio in cui si è inserito Unobravo, oggi il maggiore centro clinico di psicologia online in Europa. I numeri, riportati da Quotidiano Sanità (seppur in forma di informazione pubblicitaria), restituiscono le dimensioni del fenomeno: oltre 7 milioni di sedute erogate, più di 400mila persone supportate e una rete di oltre 9.500 professionisti, con un costo fisso di 49 euro a seduta. Si tratta di una risposta concreta e reale, capace di abbattere le barriere di accesso e lo stigma sociale. Tuttavia, come ammette la stessa De Stefano con lucidità, il privato «non può essere la risposta strutturale a un sistema pubblico sottofinanziato».

TERRITORI E PARTECIPAZIONE

Come ogni mese diamo conto di ciò che si muove nei diversi contesti territoriali regionali e nel mondo della società civile e del Terzo settore.

In Sicilia sette Aziende Sanitarie su nove hanno attivato le Consulte degli utenti e dei familiari. Sulla carta sono organismi con uno specifico ruolo istituzionale (esprimono infatti pareri ad esempio sui co-gestori dei budget di salute) ma nei fatti la qualità della partecipazione è a rischio: troppi dirigenti al loro interno, scarsa formazione amministrativa per i membri civici e il pericolo di finire a svolgere un ruolo puramente “notarile”.

Nel Lazio la partecipazione assume la forma della mobilitazione civica. La proposta di legge per istituire lo psicologo di base (prima firmataria Sara Battisti) ha da tempo superato le 13mila adesioni. Un pressing che ha portato Elly Schlein a incalzare direttamente il presidente della Regione Rocca, chiedendo che il testo arrivi subito in Consiglio regionale.

In Umbria Dopo quasi vent’anni , la Regione, su spinta della presidente Stefania Proietti, adotta un nuovo Piano di azioni per la salute mentale. È un documento costruito attraverso nove tavoli tematici con professionisti, università e Terzo Settore, focalizzato su prevenzione e giovani. L’Ordine degli Psicologi è pronto a collaborare, ma chiede di capire come queste linee guida potranno poi trasformarsi in prassi.

Il contrappunto arriva dalla Campania. Come già anticipato negli scorsi numeri dal 1° luglio i Centri di Salute Mentale dell’ASL Napoli 1 Centro hanno cancellato l’assistenza h24, delegando notti e festivi al 118. Nonostante le accese proteste di familiari, operatori e sindacati (che stimano 20mila prestazioni annue a rischio), il taglio è diventato esecutivo.

A dare voce a queste contraddizioni sistemiche è l’UNASAM. In una dura lettera aperta a Governo e Regioni, l’associazione esige esattamente ciò che l’Umbria prova a costruire e che Napoli ha appena perso: una vera programmazione territoriale partecipata e servizi aperti 24 ore su 24. Come denuncia Gisella Trincas, bisogna abbandonare “l’ipocrisia delle belle parole”. O la partecipazione produce atti, o è pura liturgia.

Ma partecipare significa anche incidere sulla cultura collettiva. Lo ha dimostrato la Fondazione Massimo Fagioli, che a metà giugno come gli scorsi anni a Roma ha presentato l’evento La salute mentale in piazza. Tra talk, musica e poesia, l’iniziativa ha ribadito un concetto riassunto nel titolo “[Tutto ciò che è in noi è umano]”. Quest’anno il tema era la disumanizzazione: il talk con Left ha attraversato Palestina, Iran, Ucraina e Stati Uniti, il reading ha proposto poesie palestinesi. Un modo per ricordare che la salute mentale non è solo l’organizzazione dei servizi, ma la qualità dei rapporti umani che una società è disposta a promuovere e difendere.

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