OSSERVATORIO MENSILE SALUTE MENTALE – N. 6 GIUGNO 2026

OSSERVATORIO MENSILE SALUTE MENTALE – N. 6 GIUGNO 2026

Questo Osservatorio mensile raccoglie e mette in relazione notizie, dati e segnali su ciò che si muove intorno al tema della salute mentale, articolandoli in sei punti di osservazione su quanto accaduto nel mese appena trascorso: (1) Infanzia e adolescenza (2) Indagini e dati (3) Politiche pubbliche (4) Sfide e problemi aperti (5) Cultura, opinioni, società (6) Territori e partecipazione con focus su Roma e Lazio.

INFANZIA E ADOLESCENZA

Quasi un milione di ragazzi tra i 10 e i 19 anni, ovvero circa un giovane su sette secondo i dati ripresi al congresso SINPIA-SINPF, mostra in Italia segni di un qualche disturbo psichico, con indicatori di salute mentale in costante peggioramento almeno negli ultimi dieci – quindici anni. Sono numeri che ripetiamo ogni mese un po’ per chi ci legge per la prima volta, un po’ per continuare a sottolineare la gravità del fenomeno ed insieme cercarne cause e possibili risposte.

Questo mese partiamo da un paradosso che merita di essere indagato. L’Eurispes documenta come la Gen Z abbia smesso di considerare la terapia un tabù, parlando di sé senza le reticenze delle generazioni precedenti, eppure questa stessa generazione risulta la più fragile fin qui osservata. Come si concilia questa maggiore consapevolezza con un disagio crescente? I ragazzi stanno forse acquisendo la capacità di aprirsi ed affrontare le proprie difficoltà, ma analoga capacità si riscontra anche nella capacità di prevenire, ascoltare e curare da parte delle agenzie educative e dei servizi socio sanitari?

Ciò premesso il mese scorso sono emersi contributi che mettono a fuoco due dei tanti fattori che possono contribuire ad alimentare il fenomeno operanti tuttavia su piani e con tempi diversi.
Il primo lavora da decenni e raramente compare nelle statistiche sulla salute mentale, ossia la povertà educativa. Non parliamo di disagio economico in senso stretto ma di un orizzonte di possibilità che resta chiuso, bloccato. Cosa accade alla mente di un bambino che cresce senza libri, senza stimoli e senza un ambiente adulto che ne stimoli la curiosità? Le evidenze indicano un’erosione progressiva dell’autostima e della percezione del proprio valore, da cui derivano ansia, ritiro sociale e difficoltà cronica nel regolare le emozioni. È un fattore che non esplode in un singolo momento ma che può condizionare in modo silenzioso scuola, lavoro e salute lungo tutto il corso della vita.
Il secondo fattore è invece recentissimo e va valutato soprattutto per ciò che potrà comportare in futuro. Un adolescente su due tra i 10 e i 20 anni usa i chatbot per parlare di sé e oltre il 40% riferisce di un proprio legame emotivo con la macchina. Cosa comporta il fatto che il primo interlocutore di un ragazzo in difficoltà sia un sistema progettato per assecondarlo? Una proposta di legge della deputata Giulia Pastorella punterebbe a cancellare la memoria delle conversazioni tra minori e AI entro cinque giorni, in modo da interrompere il filo di confidenza che potrebbe venirsi a creare. L’intervento certo potrebbe rivelarsi utile ma comunque parziale. Anche la ricerca scientifica si muove in territorio incerto. Alcuni studi documentano una riduzione a breve termine di ansia e depressione favorita dall’assenza di giudizio da parte dell'”interlocutore”, ma mancano del tutto dati a lungo termine, una capacità empatica reale e garanzie solide sulla privacy.

Continuano intanto ad arrivare risposte, o tentativi di risposta, sul piano delle politiche pubbliche. Dal 28 maggio è attivo AscoltaMI, supporto psicologico online per studenti che prevede la possibilità per i ragazzi di fruire di cinque incontri psicologici gratuiti in videoconferenza. Apprezzabile la misura e i 18 milioni stanziati, secondo Vita, ma bastano cinque colloqui, per giunta online, per problemi che nascono e si sviluppano nei rapporti reali? Nel frattempo poi l’Oms Europa ha presentato il Clinical audit tool per migliorare qualità e accesso ai servizi rivolti ai più giovani aiutando i Paesi europei a valutare qualità, continuità e appropriatezza delle cure, superando disuguaglianze territoriali e carenze organizzative.

INDAGINI E DATI

Continuano ad arrivare commenti alla recente pubblicazione del Rapporto sulla salute mentale – anno 2024 del Ministero della Salute. Lo psichiatra Pietro Pellegrini, su Quotidiano Sanità, riprende la questione delle risorse con un confronto storico puntuale. In valore assoluto la spesa 2024 è risalita rispetto al 2022, ma resta sotto quella del 2016. Anche il peso relativo sul Fondo Sanitario Nazionale subisce un arretramento: dal 3,24% del 2016 al 2,57% nel 2022, per risalire solo al 2,72% nel 2024, comunque lontano dal 5% considerato come la soglia di riferimento da raggiungere. C’è poi l’effetto dell’inflazione, cresciuta del 18,8% nel periodo col risultato che per acquistare gli stessi beni e servizi del 2016 servirebbero oggi oltre cinquecento milioni in più, con la spesa per abitante che dovrebbe passare da 75 a quasi 90 euro. Sul fronte del personale, i Dipartimenti di Salute Mentale contano 33.142 operatori, in crescita rispetto all’anno prima ma ancora sotto i livelli del 2015 e di oltre 8.000 unità al di sotto dei parametri Agenas.

E’ soprattutto il quadro globale, tuttavia, questo mese a meritare approfondimento. Una ricerca IHME-Università del Queensland pubblicata su The Lancet dà conto di quasi 1,2 miliardi di persone che nel pianeta convivono con una forma di disturbo mentale. Il numero è quasi raddoppiato dal 1990. Lo studio ha esaminato 204 Paesi, 21 regioni, 25 fasce d’età, valutando 12 disturbi nel periodo 1990-2023. Nel 2023 i disturbi mentali hanno comportato 171 milioni di DALY (anni di vita persi per disabilità o morte prematura) e sono stati causa di oltre il 17% degli anni vissuti da persone con una qualche forma di disabilità.
Ma quali patologie in particolare trainano questa crescita, e dove? Il motore principale sembrano essere ansia e depressione maggiore. Dal 2019 in particolare la depressione maggiore standardizzata per età è cresciuta di circa il 24%, i disturbi d’ansia di oltre il 47%, con un picco negli anni successivi alla pandemia. Riguardo la distribuzione per età nell’infanzia prevalgono spettro autistico, ADHD e disabilità intellettiva, con maggiore incidenza nei maschi. Il carico raggiunge il picco tra i 15 e i 19 anni, quando ansia e depressione diventano le principali fonti di sofferenza. Se ci concentriamo sulla variabile di genere nel 2023 le donne con un disturbo mentale rilevato erano 620 milioni contro 552 milioni di uomini. A livello geografico poi è confermato che il peso cresce ovunque seppur con intensità diverse. Le aree ad alto reddito come Australasia ed Europa occidentale mostrano tassi elevati, con valori importanti in Paesi Bassi, Portogallo e Australia, mentre aumenti significativi si registrano anche in Africa subsahariana occidentale e in alcune regioni dell’Asia meridionale. Il dato chiaramente va letto con cautela. Nei Paesi ricchi pesa la maggiore capacità diagnostica, nei contesti fragili pesano povertà, conflitti e carenze sanitarie. In tutto ciò il divario più allarmante sembra essere quello per cui solo circa il 9% delle persone con depressione maggiore in media riceve un trattamento minimamente adeguato, quota che in 90 Paesi scende addirittura sotto il 5%.

Dal punto di vista economico L’OCSE stima che il fenomeno costi alle economie europee circa 76 miliardi di euro l’anno, pari al 6% dei bilanci sanitari, e prevede tra il 2025 e il 2050 una riduzione media annua del PIL dell’1,7% per connessi minore partecipazione al lavoro e calo di produttività.

POLITICHE E ISTITUZIONI

Sotto questo aspetto il mese appena trascorso appare privo di sostanziali novità, ma le poche che troviamo mostrano una profonda contraddizione tra ciò che silenziosamente viene smantellato e quello che viene annunciato solo sulla carta.

In primo piano lo psichiatra Andrea Angelozzi firma su Quotidiano Sanità una lettera durissima sullo stato della psichiatria di comunità. La tesi è che il modello nato dalla Legge 180 non sia stato abolito esclusivamente perché una sua riforma avrebbe trovato opposizioni non superabili. Il sistema che da tale legge nasceva è stato invece sottoposto a lenta erosione da processi silenziosi e convergenti: frammentazione regionale dopo la modifica del Titolo V, passaggio dalla logica dei diritti a quella delle prestazioni, progressivo definanziamento, spostamento di risorse economiche verso il settore privato. Perché però non se ne parla? La denuncia di Angelozzi punta il dito non solo contro la politica ma anche contro un torpore diffuso, che avvolge operatori, associazioni e opinione pubblica, e ricorda come persino i richiami della Corte Costituzionale su Rems e Tso siano rimasti senza seguito. Lo stesso Tavolo Ministeriale sulla Salute Mentale, istituito nel 2023 dopo la morte di Barbara Capovani, in due anni avrebbe prodotto soltanto un documento che rimanda ogni cosa alla variabilità regionale e all’assenza di risorse. La salute mentale, è la sua conclusione amara, finirà per esistere solo per assenza. Va detto che, in realtà, un atto di indirizzo è arrivato di recente con l’approvazione del PANSM 2025-2030, di cui però oggi non siamo certo in grado di valutare efficacia e reale capacità di incidenza.
Inoltre il governo punta a chiudere entro il 2026 il nuovo Piano sanitario nazionale, il primo dopo quasi vent’anni, dato che l’ultimo risale al triennio 2006-2008. Vale tuttavia fare una premessa. Il Psn sarebbe lo strumento principale di governo e indirizzo del Ssn, ha durata triennale e andrebbe adottato entro il 31 luglio dell’ultimo anno del piano precedente. Sulla carta è centrale ma nella pratica, proprio dopo la riforma del Titolo V, ha finito per valere più come cornice unitaria nazionale alle politiche regionali che come indirizzo operativo. Lo stesso meccanismo che proprio Angelozzi indica come prima causa dello smantellamento silenzioso del sistema.
Sulla salute mentale peraltro il nuovo Piano sembra dire anche cose giuste. La colloca tra le grandi emergenze sanitarie e sociali, con un capitolo dedicato che va dal disagio psicologico nelle varie fasi della vita fino alle patologie gravi, con attenzione a diagnosi precoce, presa in carico, riabilitazione, giovani, anziani e dipendenze emergenti.

SFIDE E PROBLEMI

Quando si parla di Salute mentale dei giovani automaticamente ci si concentra su bambini e adolescenti. Il benessere psicologico comincia però molto prima, nei primissimi mesi di vita, e dipende in larga parte dall’ambiente genitoriale che accoglie il bambino. Prima ancora dei figli, insomma, contano le condizioni dei genitori e di chi se ne prende cura, e in quei primi mesi una figura che inspiegabilmente resta sempre troppo ai margini del discorso pubblico è quella materna. A che punto siamo davvero sul fronte della salute mentale delle madri? Le evidenze raccolte da inGenere restituiscono un quadro netto. Il media femminista thePeriod ha lanciato una petizione rivolta alla presidente del Consiglio Meloni e al ministro della Salute Schillaci, con l’obiettivo di 100.000 firme, perché il supporto psicologico post-parto venga riconosciuto come priorità di salute pubblica e non resti, come accade oggi, un privilegio per poche distribuito in modo territorialmente disomogeneo. Le richieste sono concrete e puntuali: screening psicologico gratuito per tutte le neomamme, un percorso minimo garantito di almeno cinque colloqui dopo il parto, accesso semplice e automatico tramite consultori e servizi territoriali, integrazione di queste prestazioni nei livelli essenziali di assistenza.

Ci chiediamo il motivo per cui un bisogno così documentato fatichi a tradursi in garanzia di servizi. La risposta passa per lo stato dei consultori, nati mezzo secolo fa con la legge 405 del 1975 come presidi di prossimità per la maternità e la salute della donna, e oggi tra le prime vittime dei tagli al welfare territoriale. I numeri lo confermano. Secondo il primo rapporto nazionale del Ministero della Salute, ripreso da più testate, le sedi erano 2.097 nel 2007 e già 1.911 nel 2009, circa una ogni 31mila abitanti contro lo standard di legge di una ogni 20mila in area urbana. Ne mancavano, allora, almeno mille. E dopo il 2011 la tendenza non si è invertita. L’Indagine nazionale ISS 2018-2019, uscita nel 2022, conta circa 1800 consultori, uno ogni 32.325 residenti, il 60% in meno del fabbisogno fissato dalla legge 34 del 1996. E non chiudono soltanto sedi. Lo stesso rapporto registra una carenza cronica di personale, con orari sotto lo standard per quasi tutte le figure professionali e, in media, una sola équipe completa ogni due consultori. L’ISS parla apertamente di una riduzione di sedi e risorse umane in atto da decenni. È in questo vuoto che la richiesta di colloqui psicologici per le neomamme rischia di restare lettera morta, perché manca l’infrastruttura territoriale che dovrebbe erogarli

A margine infine continuiamo, come pressoché ogni mese, a dare notizie dal mondo dell’intelligenza artificiale. Come riporta 01net, OpenAI ha introdotto in ChatGPT la funzione Trusted Contact, pensata per gli utenti adulti che attraversano un momento di forte disagio. Il meccanismo funziona in modo tale che quando i sistemi automatici colgono segnali di rischio di autolesionismo, un gruppo di operatori specializzati esamina il caso, con l’obiettivo di completare la verifica dopo la quale viene avvisata la persona di fiducia indicata in anticipo dall’utente, comunque senza mai trasmettere il contenuto delle conversazioni. L’idea di fondo è usare l’AI come ponte verso un aiuto reale, non come suo sostituto ma il punto delicato resta però lo stesso, vale a dire il confine tra protezione e sorveglianza, e il rischio di falsi positivi quando a fare il primo screening del disagio è un algoritmo

SALUTE DELLA MENTE – OPINIONI, LAVORO, SOCIETA’

Da diverso tempo la salute mentale, o meglio quella che noi chiamiamo Salute della Mente, è sempre più oggetto del dibattito pubblico. Chi ci legge sa che non ci riferiamo tanto o solo alla diffusione di patologie acute o di cronicità, né specificatamente all’efficacia dei servizi sanitari quanto invece al livello medio di benessere e di malessere psichico vissuto dalla popolazione, livello che poi immancabilmente influenza la qualità dei rapporti e della convivenza tra le persone.

I numeri aiutano a inquadrare la posta in gioco. L’OMS come abbiamo visto stima che circa il 14% della popolazione mondiale convive con un disturbo mentale, mentre in Italia, come ricorda lo psichiatra Mario Colucci nell’intervista a Vita, la spesa dedicata non arriva al 3% del bilancio sanitario nazionale. Perché un tema così vasto viene percepito come marginale?

La spiegazione più convincente, secondo Colucci, è che la salute mentale deriva anzitutto dalle reali condizioni di vita delle persone come la povertà, l’isolamento, la precarietà del lavoro, le difficoltà nel trovare casa, la qualità delle relazioni. Non è solo una questione “biologica”, né un semplice riflesso di pigrizia culturale, è anche il segno di una società che spesso preferisce “non guardarsi dentro”, ossia non prestare la dovuta attenzione alle condizioni materiali, affettive e sociali nelle quali vive. In questa direzione va anche l’appello, rilanciato da Il Fatto Quotidiano e da Quotidiano Sanità, a riconoscere la Salute Mentale come un bene primario e di interesse collettivo. Lo stesso messaggio arriva persino dalle parole del Papa, che ha indicato il benessere psichico dei giovani tra le sfide più urgenti del nostro tempo. E se persino una competizione globale come la Premier League sceglie uno slogan come Inside Matters il segnale è chiaro, il tema non appartiene e non può più appartenere ai soli specialisti.

A maggio però emerge la cronaca a complicare il quadro. Ci riferiamo al caso di Salim El Koudri, l’uomo che il 16 maggio ha travolto i passanti sulla via Emilia a Modena. Prendiamo questo caso come un test sulla qualità dell’informazione. Quali fonti hanno retto alla prova? A nostro avviso hanno risposto meglio quelle legate all’analisi dei processi reali, rispetto a quelle che hanno trasformato un fatto clinico in una questione etnica o religiosa. Open ha spiegato come l’uomo non fosse più seguito dai servizi e cosa preveda la legge sulla continuità delle cure, Fanpage ha riportato l’opinione dello psichiatra Cozza secondo cui un’etichetta diagnostica non basta a spiegare gesti del genere, Quotidiano Nazionale ha descritto il profilo dei pazienti scomparsi dai radar dei servizi e Altreconomia ha allargato la riflessione sull’intera società (“c’è una perdita di senso individuale e collettiva che chiama tutti in causa”). Reputiamo in questa ottica significativa la distanza riscontrata in particolare tra la lettura del fatto data in particolare da due articoli.
Da una parte una interpretazione che a nostro avviso rimane miope e arretrata firmata da Il Giornale, che evocando un esercito dei 700 Salim liberi e pericolosi si disinteressa delle cause ma semplicemente alimenta un clima di allarme, paura e sospetto. Dall’altra, la lettura più avanzata proposta da Il Fatto Quotidiano, che sposta l’accento dalla figura dell’aggressore alle carenze del sistema di assistenza e cura. Il punto, in questa prospettiva, non è tanto chi abbia compiuto il gesto, quanto l’incapacità delle istituzioni di intercettare e accompagnare situazioni di fragilità prima che degenerino. In tale ottica l’emergenza viene individuata nelle politiche sanitarie più che in quelle di ordine pubblico.

In generale il capitolo che rimane sempre più carico di pregiudizi resta quello che lega salute mentale, pericolosità sociale e detenzione ma anche qui i numeri ridimensionano l’allarme. I servizi di Salute mentale seguono circa 845mila persone l’anno, e come riporta Doctor33 basta lo 0,1% di utenti con vicende giudiziarie ad allarmare l’opinione pubblica. Le REMS, poi, nate dalla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, offrono 632 posti a fronte di quasi 750 persone in attesa. È questo uno dei temi messi al centro del dibattito dopo la strage di Modena, in cui gli psichiatri forensi rifiutano una delega impropria, perché ai medici non si può chiedere di gestire la pericolosità sociale. Eppure è proprio ciò che generalmente accade ogni volta che si verificano episodi del genere.

L’ultimo aspetto che affrontiamo in questa sezione è davvero il più paradossale.
Da un lato la domanda di tutela psicologica sul lavoro cresce a vista d’occhio. Il primo Sindacato per la dignità psicologica dei lavoratori, raccontato da Elle e fondato dal divulgatore Giacomo Spinadin, nasce da una situazione pesante che vede ben il 31,8% dei dipendenti a rischio burnout secondo il Rapporto Censis-Eudaimon, percentuale che tra i giovani arriva al 47,7%. La salute mentale, dice Spinadin, è un diritto da difendere al pari degli altri.
Dall’altro lato abbiamo una ricerca appena pubblicata sullo stato mentale dei vertici aziendali. Lo studio Brooks citato da EduNews24 rileva tratti psicopatici rilevanti nel 21% dei manager esaminati, contro l’1% presente nella popolazione generale ed il 15-25% tra i detenuti, con la dark triad (un mix di narcisismo, cinismo manipolatorio e freddezza psicopatica) sovrarappresentata proprio in chi siede al vertice delle organizzazioni economiche. Lo stesso disagio, insomma che rende sospetta la persona comune, sembra poi rappresentare un vantaggio quando appartiene a chi dirige strutture e istituzioni. Fino ad arrivare al caso limite di Donald Trump. Per la nipote Mary Trump, psicologa, il presidente degli Stati Uniti Stati Uniti soffrirebbe di disturbi psichiatrici gravi e mai diagnosticati. Vera o no questa diagnosi a distanza, la domanda resta: se “ciò che è dentro” conta davvero, perché diventa un problema solo ai margini e mai ai vertici?

TERRITORI E PARTECIPAZIONE

La sanità è materia regionale. Dalla riforma del Titolo V della Costituzione ogni Regione programma e organizza i propri servizi, salute mentale compresa. Ne nasce un mosaico con una cornice nazionale comune e venti realtà diverse. Cosa significa, in concreto, vivere un disturbo psichico in una regione piuttosto che in un’altra?

Una prima risposta arriva dai territori che provano a fare della cura una prassi collettiva. A Reggio Emilia la fotografia diventa strumento sociale, con una mostra collettiva negli spazi dell’ex Aci sulla vulnerabilità, laboratori che insegnano a scegliere inquadratura e luce e le esperienze di Esp e drop-in dove l’incontro entra dentro il percorso terapeutico. A Firenze la Notte Blu 2026 accende i riflettori sul tema con iniziative culturali diffuse in città. A Genova il convegno del 12 maggio a Palazzo Ducale promosso dalla Asl 3 rilancia l’idea di una città che si fa comunità di cura. Sono segnali convergenti, la salute mentale che esce dagli ambulatori ed entra nello spazio pubblico.

Allo stesso tempo esistono regioni in cui lo scorso mese emergono problemi. A Napoli dal primo giugno i Centri di Salute Mentale dell’Asl Napoli 1 Centro lavorano in fascia oraria 8-20, con le urgenze notturne e festive affidate al 118. Il Forum Diritti e Salute denuncia e richiama la legge regionale 1 del 1983 ancora vigente, la Cgil denuncia un servizio depotenziato. In Abruzzo l’Osservatorio Salute Mentale chiede di riattivare la Consulta, ferma da quasi tre anni, con l’audit sui servizi bloccato al 2022 e l’ultima seduta datata 18 luglio 2023. In Umbria la riorganizzazione della sanità e l’ipotesi di accorpamento delle Asl alimentano il timore che i servizi, salute mentale inclusa, si riducano a contenitori senza identità.

Concludiamo con il consueto focus sul Lazio che questo mese mostra finalmente una inversione di tendenza sul piano della partecipazione istituzionale. Incalzati dalla pressione di associazioni ed opposizione, come detto nel numero scorso, il Consiglio regionale ha finalmente pubblicato nel Bur del 28 maggio 2026 gli avvisi per la presentazione delle candidature per la designazione dei tre componenti esperti e dei cosiddetti “soggetti terzi” vale a dire associazioni dei familiari, associazioni degli utenti, organismi di volontariato e società scientifiche che andranno finalmente a costituire la Consulta Regionale per la Salute Mentale dopo quasi quattro anni di assenza.


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