“Una” giornata mondiale per la salute mentale

“Una” giornata mondiale per la salute mentale

Nella giornata mondiale per la salute mentale è lecito chiedersi se ha senso che sia una giornata sola. Perché se la salute mentale si è persa, è così ogni giorno finché non la si ritrova. Perché se la salute mentale si è difesa, nel mondo in cui viviamo, si è costretti a difenderla ogni giorno. Dicono che lo facciamo per non dimenticare, o per celebrare, o per riflettere. Come se si potesse celebrare la giornata mondiale dell’aria che respiriamo. Perché la salute mentale la respiriamo da quando nasciamo.
Per quanto l’Italia risulti il paese più avanzato del mondo in salute mentale, con il superamento degli ospedali psichiatrici e la costruzione dei servizi territoriali all’interno di un servizio sanitario regionale pubblico, sono ormai più di quarant’anni che questo non basta più. Ed i confronti con i sistemi più arretrati non servono a nulla, inutile volgere lo sguardo al passato, serve capire quale futuro potremmo costruire. Manca un salto del pensiero.
Sì, è vero, mancano psichiatri, mancano infermieri, mancano operatori, le strutture si riducono, i finanziamenti progressivamente evaporano senza che nessuno si prenda la responsabilità. È semplice, basta rimanere ignoranti. Una solida e grande maggioranza di amministratori locali, sia comunali sia regionali, e di parlamentari nazionali, trasversale ai colori politici, non ha la più pallida idea del mondo che esiste dietro le parole salute mentale. È solo una voce nel bilancio della sanità pubblica, per lo più afona, perché difesa da pochi Don Chisciotte.
Ma siamo sicuri che se ci fossero più psichiatri, più operatori, più soldi e più strutture, le persone si ammalerebbero di meno? Che vuol dire ammalarsi? Che vuol dire perdere la propria salute mentale? Spesso si costruisce lo spavento delle persone facendo riferimento a fatti di cronaca, o alle situazioni più gravi, nelle quali c’è la perdita totale del rapporto con la realtà e con i propri simili, assolutamente minoritarie, e il linguaggio, i media, non sempre aiutano a capire. Così si alimenta la vergogna di esprimere il proprio disagio, di chiedere aiuto. Esiste un popolo di invisibili che si autogestisce il proprio disagio, o lo comunica solo al proprio medico di base o che entra ed esce dai servizi psichiatrici pubblici senza avere un peso ma ricevendo per un certo periodo più o meno limitato indicazioni per gestire il proprio malessere.
Il documento di sintesi del 2021 redatto dal Tavolo Tecnico Salute Mentale del Ministero della Salute riporta uno scenario avvilente, dove gli obiettivi con maggiore criticità riguardano proprio la diagnosi e la cura dei disturbi psichici, con una notevole variabilità regionale. Il settore più preoccupante riguarda i giovani. Già prima della pandemia si stimava che 200 bambini e ragazzi su 1000 avessero un disturbo neuropsichiatrico ma solo 60 su 1000 hanno accesso ad un servizio territoriale e di essi solo la metà riesce ad avere risposte terapeutiche appropriate. Da più di 10 anni, come associazione, personalmente da più di 30, assistiamo ad una dinamica particolare di questo sistema. Gli attori rilevanti in gioco sono: i pazienti più gravi, coloro che hanno necessità di cura, assistenza e riabilitazione più intense, con maggior onere per le famiglie, richiedenti una maggiore spesa a livello regionale e comunale; i familiari e le rispettive associazioni, che provano a costruire una difesa dei diritti ma che spesso si trovano in una posizione di estrema ricattabilità da parte di chi detiene un potere politico e sanitario; le associazioni di volontariato religiose e laiche, dalle più potenti e incisive a quelle più artigianali; i direttori generali delle ASL ed i direttori dei Dipartimenti di Salute Mentale (DSM), che determinano le politiche sanitarie delle ASL e dei DSM, gestiscono budget e personale; i direttori delle strutture territoriali, che gestiscono l’intervento sul territorio e orientano l’attività del personale; gli amministratori locali regionali e comunali, spesso burocrati che hanno come unico obiettivo la razionalizzazione delle spese o la ricerca di elettori; le cliniche private convenzionate, che ricevono finanziamenti dalla regione per gestire i pazienti più complessi e dovrebbero operare sotto il controllo dei DSM, in teoria. Tutta questa noiosa descrizione giusto per far capire quanto è complesso il sistema e quanto è facile farlo girare a vuoto.
Esisterebbero anche degli organi di garanzia che tutelano gli interessi dell’utenza e della cittadinanza in generale, ma non è difficile disinnescarne l’attività. E la dinamica osservata è che tutto rimane sempre uguale: i finanziamenti e le risorse umane calano, la qualità dei servizi si abbassa, le associazioni protestano ma senza esagerare perché i propri parenti sono nelle mani di chi gestisce ed eroga i servizi, i direttori descrivono una realtà concordata che non corrisponde alla realtà percepita da pazienti e familiari, gli amministratori scoprono sempre troppo tardi l’impegno necessario per affrontare il problema ma i soldi sono pochi, le case di cura private fanno i loro interessi tappando i buchi delle strutture pubbliche a peso d’oro. Questa dinamica si auto alimenta come un vortice perché non soddisfa nessuno: i pazienti invisibili continuano a rimanerlo, quelli visibili e più gravi vivono sempre peggio, i familiari pur insistendo tenacemente si indeboliscono e si affidano a chi gestisce il potere in modo apparentemente più umano, le associazioni di volontariato più potenti mantengono il loro ruolo ma non spezzano il circolo vizioso, quelle meno potenti è come se non ci fossero, i direttori di ASL, DSM e UOC gestiscono solo le emergenze mantenendo il potere sanitario fino al prossimo giro di valzer.
Come si fa, con questo tipo di dinamiche, a curare ciò che abbiamo di più prezioso, ossia la nostra salute mentale? Come si fa ad evitare che altre persone, più giovani, o più fragili, si ammalino? Il salto del pensiero sarà quello che riusciremo ad avere quando avremo il coraggio di spezzare quella ripetizione. “Il miracolo del rinnovamento, mio cuore, è il non ripetersi del ripetersi” diceva il poeta Hikmet, è forse questo un futuro possibile?

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