Questo osservatorio mensile raccoglie e mette in relazione notizie, dati e segnali su ciò che si muove intorno al tema della salute mentale, articolandoli in sei punti di osservazione su quanto accaduto nel mese appena trascorso: (1) Infanzia e adolescenza (2) Indagini e dati (3) Politiche pubbliche (4) Sfide e problemi aperti (5) Cultura, opinioni, società (6) Territori e partecipazione con focus su Roma e Lazio.
INFANZIA E ADOLESCENZA
Un adolescente su sette tra i 10 e i 19 anni soffre di un disturbo mentale diagnosticato. Il suicidio è la seconda causa di morte tra i 15 e i 29 anni. L’OCSE certifica un declino della salute mentale giovanile peggiorato del 3-16% annuo in 9 paesi su 11. Nel 2024 75.000 under 35 sono entrati per la prima volta in carico ai Dipartimenti di Salute Mentale italiani. I numeri li conosciamo. Ora però facciamo qualcosa di più, cerchiamo di capirne i motivi.
A Macerata come altrove, chi lavora sul campo con i giovani – psicologi, educatori, psichiatri – descrive qualcosa che sfugge alle categorie tradizionali, un malessere diffuso, trasversale alla classe sociale, non sempre riconducibile a un trauma identificabile. Non bullismo, non abuso, non un evento scatenante preciso. Semplicemente un dolore che non si riesce a descrivere.
Teresa Ciabatti, nel suo Donnaregina in corsa per lo Strega 2026, lo formula con un’efficacia che probabilmente sa raggiungere solo chi lavora con le parole . «I ragazzi non vanno solo ascoltati, li si deve saper interpretare, perché si nascondono. Non sanno descrivere la portata del dolore che sentono. Sono piccoli». E ancora: «Non necessariamente il loro dolore deriva da un trauma specifico. Ci sono mille concause. Questo nuovo disagio mentale così diffuso nei giovani non va affrontato con i mezzi e i parametri che avevamo dieci anni fa». Ed è esattamente ciò che la ricerca clinica sta cercando di formalizzare. Una commissione internazionale ha recentemente sancito il fallimento dei confini rigidi tra psichiatria infantile e adulta, riconoscendo di trovarsi davanti a qualcosa di strutturalmente nuovo. Quella che Ciabatti chiama “mutazione antropologica” trova riscontro in un paio di evidenze. La prima è la trasversalità sociale del fenomeno, incompatibile con spiegazioni riduzioniste. La seconda è la discontinuità storica e la specificità generazionale. Ciabatti cita De Martino e la crisi di presenza, il “dubbio di non esistere”, e osserva che i social rappresentano «un grado di esistenza che ti dà l’impressione di esistere di più». Siamo davanti a una crisi del riconoscimento che la modernità digitale ha reso più acuta e nello stesso tempo “più impossibile” da soddisfare.
Di fronte a tutto ciò un paradosso francamente ci sconcerta. Se tra le determinanti del disagio c’è la difficoltà nel rapporto con i genitori, con gli adulti di riferimento, con la realtà condivisa, perché alcune delle risposte terapeutiche che si vanno diffondendo spingono nella direzione opposta? I videogiochi come strumenti terapeutici, l’intelligenza artificiale come primo interlocutore psicologico, app di supporto emotivo senza corpo senza presenza ed empatia. Ma stiamo curando il disturbo o stiamo sedando il sintomo riproducendo la struttura stessa che lo genera? Trattare la solitudine con la solitudine tecnologicamente mediata può magari avere il vantaggio di essere scalabile, misurabile, rendicontabile, ma allo stesso tempo rappresenta tutto ciò che la relazione umana non è e non può essere.
INDAGINI E DATI
Il Ministero della Salute finalmente ha pubblicato il Rapporto sulla Salute Mentale 2024, l’edizione aggiornata del sistema informativo nazionale SISM e la fonte ufficiale più completa sul funzionamento dei servizi psichiatrici italiani. Per accedervi i riferimenti essenziali sono la scheda statistica permanente con le serie storiche Scheda statistica Ministero della Salute e la pubblicazione integrale scaricabile in PDF Rapporto Salute Mentale 2024 – pubblicazione ufficiale.
L’analisi più completa dei numeri è quella di Quotidiano Sanità. Nel 2024 gli assistiti calano dell’1% a 845.516, gli accessi al pronto soccorso invece crescono del 10% a 636.113 e le prestazioni territoriali superano i 10 milioni. Particolarmente rilevante è la composizione di chi arriva al pronto soccorso. I pazienti al primo contatto con i Dipartimenti di Salute Mentale sono stati 272.497, di cui il 95% classificati come “first ever”, 258.999 persone che si sono avvicinate ai servizi per la prima volta nella vita. Quasi un terzo dell’intera utenza annuale arriva senza nessuna storia precedente di presa in carico (Analisi completa su Quotidiano Sanità quotidianosanita + 2).
Il rapporto documenta anche una disparità di genere netta nella depressione. Il tasso delle donne trattate per disturbi depressivi è quasi doppio rispetto agli uomini, con 46,5 casi ogni 10.000 abitanti femminili contro 27,0 maschili. Più in generale e per tutte le patologie le donne rappresentano il 55.9 % del totale. ANSA prova a capire le motivazioni alla base di tali dati: il 56% dei pazienti è donna e soffre il doppio di depressione (quotidianosanita).
Nurse24 a sua volta segnala la disomogeneità territoriale nella trasmissione dei dati regionali, con aree che forniscono informazioni incomplete e un quadro nazionale che per questa ragione resta strutturalmente parziale. Nurse24 – I dati restano disomogenei Il CNOP legge i numeri come conferma della necessità di rafforzare la psicologia delle cure primarie, come risposta al disagio intercettato sempre più in fase acuta CNOP – L’urgenza della psicologia di base. La lettura più critica infine è quella pubblicata su Quotidiano Sanità, che registra nei dati aggregati una domanda crescente, risorse proporzionalmente insufficienti e un sistema orientato sempre più alla sola gestione dell’emergenza. QS – Il sistema regge sull’urgenza e perde capacità di risposta
POLITICHE E ISTITUZIONI
La salute mentale in Italia accumula ritardi strutturali di cui i documenti ufficiali evidentemente non danno conto. Il PANSM Piano di Azione Nazionale Salute Mentale sotto questo profilo non fa eccezione.
Il primo problema è la partecipazione. Nei Dipartimenti di Salute Mentale non esiste una pratica sistematica di rilevazione della soddisfazione degli utenti, nonostante strumenti validati siano disponibili da decenni e diverse normative lo prevedano esplicitamente. Il PANSM tace. I dati vengono raccolti raramente, mai resi pubblici con regolarità. Colpisce un dato del Rapporto Censis 2026: il 59% di chi aveva avuto un’esperienza diretta con i servizi pubblici aveva dovuto rivolgersi a strutture private a pagamento.
Altra questione è l’inclusione del punto di vista dei pazienti. A livello internazionale la ricerca basata sull’esperienza vissuta è ormai componente essenziale della valutazione dei servizi psichiatrici, tanto che The Lancet Psychiatry ha introdotto specifiche linee guida al riguardo. In Italia questa prospettiva resta marginale, sia nella pianificazione che nella ricerca. I servizi si raccontano da soli quanto funzionano bene, senza che i diretti interessati siano chiamati a verificarlo.
Infine lo stato di salute del territorio. Il modello della psichiatria di comunità nato con la legge180 legava la cura al contesto di vita del paziente. Nel tempo ciò si è trasformato solo in un vincolo nel senso che il paziente è geograficamente legato al proprio DSM e a ciò che riesce a offrire, senza possibilità reale di cercare cure migliori altrove. Il territorio da risorsa è diventato confine e limitazione.
Su questi tre problemi si innesta un quadro tuttora in movimento. I TERP chiedono riconoscimento e spazio nell’organizzazione dei servizi. Una lettera aperta firmata da clinici, associazioni e familiari ha sollecitato un piano serio e finanziato. Nel frattempo sul piano normativo il disegno di legge Zaffini avanza con un iter parlamentare che viene giudicato lento e contrastato.
SFIDE E PROBLEMI
La salute mentale rimane uno degli ambiti più sistematicamente sottovalutati nelle politiche sanitarie italiane ed europee. Non si tratta di una svista casuale perché i disturbi mentali producono effetti diffusi ma non immediatamente visibili, mancano di una lobby organizzata capace di incidere sull’agenda pubblica, e le loro conseguenze economiche vengono ancora oggi difficilmente tradotte in indicatori condivisi. La psichiatria contemporanea riflette questo paradosso. Da un lato abbiamo una domanda crescente di cura, dall’altro il sistema tende a rispondere con soluzioni farmacologiche veloci piuttosto che con percorsi terapeutici profondi e duraturi. Si prescrive più di quanto si ascolti, si classifica più di quanto si comprenda.
In questo scenario si innestano alcune vulnerabilità specifiche di questo momento storico che meritano attenzione.
La prima riguarda la comunicazione asincrona. Secondo una ricerca dell’istituto RealityMine, già nel 2015 l’invio di messaggi risultava più diffuso delle chiamate in tutte le fasce d’età, con una frequenza fino a tre volte superiore in alcune categorie. Il paradosso documentato è quello di una connessione costante che produce però interazioni meno dirette, conversazioni che si dilatano, aumentano i fraintendimenti e moltiplicano il cosiddetto overload comunicativo. La flessibilità della messaggistica ha un costo psicologico reale, spesso non misurato: la perdita del confronto in tempo reale e della connessione emotiva propria della viva voce (bluewinbluewin).
Il secondo problema è l’insonnia cronica, condizione che affligge milioni di persone e che il sistema sanitario fatica ancora a riconoscere come patologia, o come sintomo autonomo con propri criteri diagnostici e terapeutici. Senza un riconoscimento esplicito, chi soffre di insonnia cronica si trova intrappolato in un limbo assistenziale dove riceve spesso soluzioni parziali, farmacologiche e sintomatiche, in assenza di presa in carico strutturata.
Interessantissima poi, e spesso travisata, è la questione della disforia di genere nei minori. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Acta Pediatrica finlandese smonta una delle narrazioni più ripetute, cioè che i problemi di salute mentale dei giovani con disforia di genere siano causati principalmente dalla mancata affermazione. I dati indicano invece che il disagio psichico è spesso già presente, e in forma grave, prima di qualsiasi percorso di transizione, e che la medicalizzazione precoce non garantisce un miglioramento della salute mentale. Le adolescenti di sesso natale femminile hanno mostrato nel follow-up un fabbisogno di trattamento psichiatrico specialistico da cinque a sei volte superiore rispetto al gruppo di controllo. Emerge quindi la necessità di trattare prima il disagio psichico sottostante (feministpost + 2).
In questo contesto un’altra questione sottovalutata è rappresentare dal come rispondere al problema della sostenibilità economica della psicoterapia. Due esperienze concrete possono offrire indicazioni da questo punto di vista. Il progetto TiAscolto dimostra che percorsi psicoterapeutici accessibili economicamente sono possibili attraverso modelli misti pubblico-privato e volontariato professionale qualificato. Per rispondere alla stessa esigenza opera il Centro clinico della Fondazione Massimo Fagioli, una struttura specialistica non convenzionata che offre psicoterapie individuali e di gruppo al costo accessibile di 20 euro a incontro, grazie al volontariato di psichiatri e psicologi psicoterapeuti, rivolta in particolare a ragazzi e ragazze in età adolescenziale e a giovani adulti dai 15 ai 29 anni. Modelli come questi dimostrano che la cura deve sempre più rappresentare un diritto reale e non un privilegio solo per chi può permettersela.
SALUTE DELLA MENTE – OPINIONI, LAVORO, SOCIETA’
C’è una domanda che raramente ci poniamo, eppure potrebbe essere la più urgente del tempo presente. Non “come stai?” riferito al singolo individuo, ma “come stiamo”? Come pensiamo, immaginiamo il futuro, elaboriamo la realtà in questa nostra società? Chiamiamo questa dimensione Salute della Mente: un concetto che travalica la clinica individuale e chiede di guardare alle condizioni politiche, economiche, lavorative e istituzionali che influenzano silenziosamente la qualità del pensiero collettivo.
La Società Psicoanalitica Italiana ha riportato in luce un’analisi di Cesare Musatti che anticipa con precisione quello che stiamo vivendo. La democrazia, scriveva Musatti, non è una qualità personale: è un carattere solidale dell’intera società. Quando si diffonde la persuasione che tutte le opinioni si equivalgano, non vale più la pena averne una propria, e i più furbi finiscono per avere la meglio. Una mente che ha abbandonato la capacità di distinguere e valutare non è libera ma ha solo delegato.
Su questo sfondo si inserisce ciò che lo psichiatra Claudio Mencacci chiama ansia cumulativa globale, una pressione psicologica stratificata prodotta dalla policrisi contemporanea in cui conflitti, instabilità economica, emergenze climatiche e accelerazione tecnologica si sovrappongono senza sosta. I dati confermano l’impatto generazionale: circa il 40% dei giovani vede il proprio futuro in modo prettamente negativo, mentre il 70% degli adolescenti ha vissuto episodi significativi di ansia o stati depressivi.
La salute mentale di chi governa il mondo è un altro aspetto dello stesso problema e il dibattito sulla salute mentale di Donald Trump pertanto non va letto come valutazione di un singolo individuo. Il British Medical Journal ha sollevato una domanda sistemica: i comportamenti erratici al vertice del potere normalizzano certi stili comunicativi e abbassano la soglia di tolleranza collettiva verso l’irrazionalità pubblica. Un sondaggio Reuters ha mostrato che il 61% degli statunitensi ritiene Trump diventato più incostante con l’età. I social media amplificano questo meccanismo su scala globale, rendendo ogni dichiarazione estrema immediatamente virale.
Sul versante lavorativo, un rapporto ILO del 2026 certifica che ogni anno oltre 840.000 persone muoiono per rischi psicosociali legati al lavoro, con una perdita dell’1,43% del PIL solo in Europa. La notizia perè è che In Italia Giacomo Spinadin ha fondato il primo Sindacato per la Dignità Psicologica sul Lavoro: un segnale del cambiamento generazionale in atto, con giovani che non cercano più solo stabilità economica ma riconoscimento psicologico come persone.
Il luogo infine dove tutte queste fragilità si concentrano nella forma più estrema è il carcere. Il libro Il silenzio dentro di Francesca Ghezzani descrive un ambiente in cui il disagio psicologico è una realtà diffusa e sistematicamente sottovalutata. Chi non riceve adeguato supporto durante la pena ha maggiori probabilità di recidiva, con ricadute dirette sulla sicurezza collettiva. Una delibera del CSM sulle REMS viene letta dagli esperti come un passo indietro verso una logica puramente securitaria. E le lettere che arrivano dall’interno raccontano un silenzio che il sistema non ha ancora imparato ad ascoltare.
TERRITORI E PARTECIPAZIONE
Partiamo da un articolo polemico dal blog critico salutementale.org che pubblica un’analisi critica sulle associazioni di familiari per la salute mentale. Le tre principali federazioni nazionali, UNASAM, FISAM e FIR, raggrupperebbero in tutto meno di ottanta gruppi, con un totale stimato di 5-6mila iscritti a fronte di oltre un milione di persone affette da sola depressione o schizofrenia. La capacità di mobilitazione viene definita estremamente debole, e le divisioni interne tra federazioni impediscono qualunque iniziativa nazionale coordinata offrendo alla politica un alibi per non occuparsi di riforme normative che invece sarebbero necessarie.
Eppure il tessuto civile sembra muoversi, in forme forse più efficaci rispetto alle sigle nazionali. Un esempio viene da C’è Da Fare ETS, associazione nata nel 2023. La rete riunisce alcune delle principali strutture ospedaliere pubbliche italiane impegnate nella salute mentale giovanile: Niguarda a Milano, il Bambino Gesù a Roma, il Meyer di Firenze, il Gaslini di Genova e l’ULSS1 Dolomiti di Belluno, che per la prima volta si sono riunite in un coordinamento strutturato. L’azione è intende costruire rete, produrre dati condivisi, rendere replicabile modelli d’intervento. MilanoToday.
La partecipazione dal basso trova espressioni concrete anche altrove. A Torino nasce la Scuola Popolare di Salute Mentale, promossa dall’Arci e finanziata dal Comune, gratuita e aperta a tutti. Il programma è il risultato di mesi di lavoro collettivo con oltre cento persone, tra professionisti e cosiddette “persone esperte per esperienza”, ovvero chi la sofferenza psichica l’ha incontrata in prima persona. Saperi accademici e saperi di vita senza gerarchie.
A Roma, Lo Spiraglio Filmfestival della Salute Mentale ha vissuto la sua sedicesima edizione al MAXXI, dal 15 al 18 aprile. Organizzato dal DSM della ASL Roma 1 e da Roma Capitale, il festival si è caratterizzato per un gruppo integrato di selezionatori che unisce critici cinematografici, operatori e utenti dei servizi, rivendicando come metodo una pluralità di prospettive. Chi ha vissuto il disagio è parte attiva della selezione, non solo oggetto della narrazione. In conclusione dell’edizione ha vinto il premio per il miglior lungometraggio “Claudia fa brutti sogni”.di Eleonora Sardo e Marco Zenoni.
A Napoli si evidenziano difficoltà. La FP CGIL Campania ha denunciato la riduzione degli orari dei Centri di Salute Mentale alla fascia H12 dal lunedì al sabato, eliminando la copertura notturna e festiva. All’ASL Napoli 1 Centro, nel 2025 le prestazioni erogate nelle fasce notturne e festive avevano superato quota 20mila. Il sindacato definisce la scelta regionale una risposta impropria alla carenza di personale, con pesanti ricadute sulle fasce più vulnerabili.
Dal Veneto arriva invece la notizia di una commissione regionale aperta sul tema dello psicologo di base, uno dei nodi più dibattuti sull’accesso alle cure psicologiche di prossimità.
Infine finalmente si smuovono le acque in regione Lazio. L’opposizione in consiglio regionale ha depositato una mozione per ricostituire la Consulta regionale per la Salute Mentale, ferma da quasi quattro anni come denunciamo in chiusura di ogni numero del nostro Osservatorio. Le associazioni territoriali chiedono la riattivazione di quello strumento di partecipazione democratica tra regione, associazioni di familiari, utenti e operatori del settore. Tenere inattivo un organismo vitale in un contesto in cui la domanda di servizi per la salute mentale è in continua crescita è una scelta politica grave.
–
CHIUDIAMO QUESTO NUMERO AGGIORNANDO IL CONTATORE CHE INDICA DA QUANTO TEMPO NON SI RIUNISCE LA CONSULTA REGIONALE DEL LAZIO PER LA SALUTE MENTALE (L.R. N. 6 DEL 3 LUGLIO 2006). AD OGGI SONO PASSATI 1.394 GIORNI DA QUANDO – IL 12 LUGLIO 2022 – LA CONSULTA SI E’ RIUNITA PER L’ULTIMA VOLTA, PRIMA IN SEGUITO ALLE DIMISSIONI DEI SUOI COMPONENTI PER PROTESTA ALL’INTRODUZIONE DELL’ART. 19 DELLA L.R. 10/2022 E POI A CAUSA DELLA MANCATA EMANAZIONE DEL BANDO DI RICOSTITUZIONE DA PARTE DELL’ATTUALE CONSIGLIO REGIONALE CHE DI FATTO IMPEDISCE ALL’ORGANISMO DI TORNARE OPERATIVO.
