Oggetto: proposte di legge in materia di assistenza psicologica e servizi territoriali di salute mentale. Osservazioni e richiesta di audizione delle associazioni.
Signor Presidente della Regione, Signor Presidente del Consiglio regionale, Signor Assessore, Presidenti e Vicepresidenti di Commissione, Consigliere e Consiglieri,
Vi scriviamo questa lettera aperta, essendo consapevoli della prossima discussione in Consiglio regionale e in Commissione VII rispettivamente delle proposte di legge “Istituzione del servizio di assistenza psicologica primaria” (PL di iniziativa popolare ai sensi dell’art. 28 l.r. 4/2020) e “Disposizioni per il potenziamento e l’integrazione dei servizi territoriali di salute mentale” (PL n. 301 del 6 agosto 2026).
Come organizzazione di volontariato coinvolta nella costruzione di una Cultura della salute mentale quotidiana e irrinunciabile, vorremmo sottoporre alla Vostra attenzione ulteriori aspetti rispetto a quanto previsto dalle due proposte che, giunte all’attenzione dei lavori d’aula, saranno prossime ad incidere sulla situazione reale dei servizi sanitari.
Ciò che manca davvero
Diremo delle risorse e del personale, perché senza non si va da nessuna parte. Ma non è quello il punto di partenza.
Ciò che manca, prima delle risorse, è un’idea della cura. Che cosa occorre perché una persona con un disturbo mentale sia curata e, quando possibile, guarisca. Che cosa occorre perché un giovane non diventi un paziente cronico. Che cosa occorre perché il malessere di ragazze e ragazzi non diventi disturbo. Che cosa occorre perché le persone non si ammalino.
Non è un problema tecnico, né si risolve contando psicologi e psichiatri. È una questione di qualità del pensiero, di competenza, di interesse e di affetto per le persone. È la differenza tra amministrare una domanda e prendersi cura di una popolazione.
La salute mentale non è una prestazione che si concede quando il bilancio lo consente. È un diritto, e un diritto acquisito non si negozia al ribasso: la Corte costituzionale lo ha definito un nucleo irriducibile del diritto alla salute, non comprimibile da esigenze di contenimento della spesa. Un bene comune da difendere e coltivare in via prioritaria.
Il contesto
Dalla pandemia in poi l’allarme è cresciuto su tutti i fronti. Le violenze domestiche e di genere emergono con un’evidenza che non si può più derubricare. Il malessere giovanile si aggrava. Le condizioni abitative e di vita nelle periferie continuano a produrre sofferenza.
Si diffonde nel frattempo un analfabetismo sui disturbi mentali, che vengono confusi con le disabilità — anche nel linguaggio delle istituzioni — e interpretati come problema di ordine sociale. Da questa confusione nasce lo stigma, e dallo stigma la tentazione di rispondere con il controllo e la contenzione, in aperta contraddizione con gli indirizzi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Sul versante dei servizi, l’impoverimento di risorse e di motivazione è arrivato al punto che gli psichiatri disertano i concorsi pubblici, perché il privato è più conveniente. Accade mentre tutti riconoscono che le patologie più gravi possono essere affrontate soltanto da un sistema sanitario pubblico.
Un confronto che c’è già stato, e gli impegni non mantenuti
Marzo 2025. Nel marzo 2025 i Presidenti delle Consulte dipartimentali delle ASL del Lazio hanno incontrato il Direttore della Direzione regionale Salute e Integrazione Sociosanitaria e il Dirigente dell’Area Rete integrata del territorio. Ci fu detto che nuove risorse erano state stanziate, che i pensionamenti sarebbero stati rimpiazzati in tempo reale, che il confronto con le Consulte sarebbe proseguito.
Nei mesi successivi. I pensionamenti sono avvenuti. Il personale ha continuato a calare. I servizi sono in crescente difficoltà.
Maggio 2025. L’Assemblea Capitolina approva all’unanimità una mozione che chiede il riconoscimento dello stato di emergenza per la salute mentale a Roma e sollecita la Regione a intervenire con maggiori risorse e con l’istituzione di un tavolo permanente con ASL e associazioni.
Giugno 2025. Parte la campagna per la proposta di legge sullo psicologo di base. La Caritas, le associazioni di familiari e di volontariato sollevano subito obiezioni: a un’esigenza reale si stava rispondendo senza tenere conto della carenza di psicologi nei servizi e della necessità di sostenere le équipe multidisciplinari previste dalla normativa vigente.
Luglio 2025. In un nuovo incontro in Regione con una rappresentanza dei proponenti, i Presidenti delle Consulte ribadiscono l’esigenza di aumentare il numero di psicologi nei Centri di Salute Mentale: la popolazione che resta invisibile ai servizi richiede un intervento sistematico interno ai Dipartimenti.
Novembre 2025. Agli Stati Generali della Sanità del Lazio si torna a promettere. Si discute di portare all’8% la quota del Fondo sanitario destinata alla salute mentale, dando per acquisito il 5%. Ma il 5% non è mai stato raggiunto: è l’impegno che la Conferenza dei Presidenti delle Regioni sottoscrisse all’unanimità il 18 gennaio 2001 — “destinare almeno il 5% dei fondi sanitari regionali per le attività di promozione e tutela della salute mentale” — e che la Corte costituzionale ha richiamato nella sentenza n. 22 del 2022. La media nazionale è ferma intorno al 3% da venticinque anni. Il Lazio si attesta al 2,7% e si colloca nel primo quartile delle Regioni italiane, tra quelle che investono meno di tutte.
Il confronto, dunque, c’è stato. Gli impegni sono stati presi. Non sono stati mantenuti.
Perché queste due proposte non rispondono
Non è una valutazione di principio. È la lettura dei testi.
La proposta di iniziativa popolare si contraddice al suo interno: l’articolo 2 individua i professionisti tra i dipendenti e gli specialisti ambulatoriali interni alla ASL, e nello stesso articolo esclude dagli elenchi chi ha un rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato con il Servizio sanitario nazionale. Non definisce con quale contratto i professionisti verrebbero acquisiti. Imputa la spesa ad annualità di bilancio ormai superate. E non richiede l’abilitazione alla psicoterapia, pur indicando come bersaglio i disturbi emotivi comuni, per i quali la psicoterapia è l’intervento di prima scelta: un servizio che intercetta una domanda che non può trattare non è un livello di cura, è uno smistamento.
La proposta di legge n. 301 non prevede una sola assunzione. Individua il professionista nell’organico dei Dipartimenti: a organico invariato, le ore dedicate alle Case della Comunità sono ore sottratte ai Centri di Salute Mentale. E poiché richiede l’abilitazione alla psicoterapia, a essere sottratti sarebbero proprio i professionisti che oggi la psicoterapia la erogano. L’esito prevedibile è l’impoverimento della componente psicologica dentro i CSM, fino a ridurli a servizi puramente psichiatrici: l’opposto del modello bio-psico-sociale che la stessa relazione illustrativa richiama.
Nessuna delle due prevede un vincolo di aggiuntività delle risorse professionali. Nessuna prevede una clausola di salvaguardia dei servizi da cui il personale verrebbe distolto. Nessuna prevede uno spazio per gli organismi di partecipazione.
Una precisazione necessaria. La proposta di iniziativa popolare porta oltre tredicimila firme. Non chiediamo di ignorarle: chiediamo di prenderle sul serio. Quelle firme esprimono una domanda reale, che condividiamo. Proprio per questo riteniamo che non possa essere soddisfatta da uno strumento che, così com’è scritto, non funzionerà. Tredicimila cittadini meritano una legge migliore di questa.
Le nostre richieste
Vi chiediamo, prima di legiferare, un confronto disponendo una audizione formale delle associazioni di volontariato, di familiari e utenti, delle società scientifiche, delle associazioni professionali, delle Consulte dipartimentali e degli enti locali, per poi:
- Avviare una discussione partecipata per definire quali siano le condizioni minime di funzionamento dei servizi territoriali e per garantire l’accesso alle cure in tempi ragionevoli, graduati secondo i livelli di complessità dei disturbi.
- Definire linee guida regionali che integrino le esperienze e i punti di vista degli attori coinvolti, affinché un territorio — attraverso i servizi pubblici sanitari, sociali e formativi — tuteli la salute mentale e prevenga, per quanto possibile, l’insorgere dei disturbi nella popolazione residente.
- Attivare un piano straordinario di reclutamento del personale dei Dipartimenti di Salute Mentale, commisurato agli standard per l’assistenza territoriale recepiti in Conferenza Stato-Regioni, che prevedono 83 operatori ogni 100.000 abitanti a fronte dei circa 55 oggi in servizio.
- Assumere l’impegno del 5% dei fondi sanitari regionali per la promozione e la tutela della salute mentale, con un percorso pluriennale verificabile e con l’indicazione delle annualità di bilancio.
- Attivare un tavolo tecnico e la Consulta regionale per la salute mentale, per verificare la trasparenza e la qualità delle cure nei servizi territoriali pubblici e privati e per garantire il dibattito e l’aggiornamento scientifico all’interno dei servizi.
- Ripristinare la nomina di un tecnico competente per l’Ufficio Salute mentale, dipendenze e minori, incardinato nell’Area “Rete Integrata del Territorio” della Direzione regionale “Salute e Integrazione Sociosanitaria”.
Su questa materia la qualità del risultato legislativo dipende meno dalla quantità di risorse stanziate che dalla capacità di costruire il testo insieme a chi i servizi li eroga e a chi li riceve.
Restiamo a disposizione per ogni confronto, nelle sedi e nei tempi che riterrete opportuni.
Roma, 15/09/2026
Primo firmatario
Enrico Ferraro
Presidente di A.G.A.V.E. ODV – Associazione Giovani Adulti Volontari Europei
