Questo osservatorio mensile raccoglie e mette in relazione notizie, dati e segnali su ciò che si muove intorno al tema della salute mentale, articolandoli in sei punti di osservazione su quanto accaduto nel mese appena trascorso: (1) infanzia e adolescenza (2) indagini e dati (3) politiche pubbliche (4) sfide e problemi aperti (5) cultura, opinioni, società (6) territori con focus su Roma e Lazio.
Infanzia e adolescenza
A gennaio diverse ricerche ed evidenze ci aiutano a definire meglio la cornice entro la quale provare a descrivere il fenomeno del disagio psichico giovanile.
Partiamo da una linea di ricerca che colloca la fine della fase adolescenziale attorno ai 30 anni, suggerendo una finestra più lunga non solo di vulnerabilità, ma anche di efficacia degli interventi. Se prevenzione e servizi restano tarati su soglie anagrafiche rigide, rischiano di perdere proprio il tratto in cui si verificano scelte decisive, stress e transizioni. (cam.ac.uk)
Altro aspetto interessante è quello che evidenzia non tanto la presenza delle fragilità, ma il clima che le può rendere pervasive. Futuro incerto, pandemia come frattura biografica, guerre come rumore di fondo, precarietà come normalità sono tutti fattori che insieme possono esercitare una pressione cumulativa tale che l’orizzonte tende a restringersi, l’ansia smette di essere un episodio e rischia di diventare “ambientale” (edunews24.it). Non sorprende allora che una parte della Gen Z provi a portare il problema nel discorso pubblico, chiedendo ascolto e strumenti prima che la domanda si trasformi in emergenza. (ideaginger.it)
Dopodiché si apre la questione a nostro avviso più importante del mese che obbliga davvero a cambiare la direzione delle domande che siamo abituati a farci: “i social fanno male?”. O piuttosto non ha invece più senso chiedersi cosa succeda ai ragazzi prima di “diventare utenti digitali”? Cosa cerca online un ragazzo quando sta male? Un articolo che rilancia uno studio su oltre 25.000 studenti suggerisce infatti che le scelte digitali possono essere influenzate dalla condizione emotiva (e non necessariamente viceversa): quando peggiora la disposizione emotiva, cambia anche il modo di usare piattaforme e contenuti. Il punto, allora, non è demonizzare gli smartphone, ma osservare quali contenuti e relazioni sono disponibili “fuori dallo schermo”, nei rapporti reali e nella quotidianità (pazienti.it).
A fronte di tutto ciò la politica tende invece a muoversi per la sola riduzione del rischio: in Francia prende forma una spinta regolatoria sull’accesso ai social sotto i 15 anni, segno che la tutela dei minori sta diventando anche materia di diritto e non solo di educazione (wired.it).
Per la fondazione Veronesi il rischio non è la singola app, ma la combinazione tra sonno, stress, isolamento, mancanza di contenuti e alternative (fondazioneveronesi.it). Un paio di contributi emergenti in ambito UE e in iniziative locali di cittadinanza attiva, mettono infine in rilievo come la risposta possa arrivare oltre che da misure di tutela e protezione anche da prevenzione e partecipazione attiva (europa.eu) (Agrate il parlamentino dei ragazzi)
Indagini e dati – Italia, Europa, Mondo
A gennaio tre indagini, lette una accanto all’altra, sembrano dirci la stessa cosa: la salute mentale è diventata un fenomeno comune ma continuiamo a trattarla come se fosse un’eccezione.
La prima notizia ribalta un luogo comune: non è vero che la prevenzione è un lusso, e che economicamente “non possiamo permettercela”. Al contrario un’analisi OCSE ripresa in Italia sostiene che intervenire presto su ansia e depressione lieve-moderata migliora la vita e fa risparmiare risorse, perché evita che un problema gestibile scivoli in cronicità, isolamento, ricadute e nuovi accessi ai servizi. Per non parlare dei cali di produttività connessi alla patologia. Il costo sociale è ben più alto se si aspetta piuttosto che se si previene (quotidianosanita.it)
La seconda indagine sposta lo sguardo sull’Europa. Per OMS Europa i disturbi di salute mentale riguardano circa una persona su sei e una quota ampia non riceve cure adeguate. Ma il passaggio più significativo sta forse non nei numeri ma nelle definizioni. La salute mentale viene descritta come capacità di reggere lo stress, imparare, lavorare, contribuire alla comunità, cioè qualcosa che vive nell’intreccio tra persona e contesto. In questa ottica allora diventa difficile pensare che basti “curare i sintomi”. Se i fattori che indeboliscono lo stato di salute della popolazione sono presenti nella scuola, nel lavoro, nelle disuguaglianze e nella solitudine, una parte delle risposte deve venire proprio da lì (quotidianosanita.it)
La terza indagine riguarda l’Italia e colpisce per ampiezza: il Censis rileva che il 74,1% degli italiani ha avuto esperienze dirette o indirette con problemi di salute mentale. È un dato che cambia lo scenario poiché non siamo più davanti a un tema “per pochi”, ma a un’esperienza che attraversa famiglie, amicizie, luoghi di lavoro. Eppure l’indagine mette a fuoco che tra le persone rimane un corto circuito culturale una sorta di confusione tra salute della “mente” e del “cervello”, come se la seconda fosse ancora oggi più legittima, più curabile, più raccontabile della prima (quotidianosanita.it)
Sistema sanitario pubblico, politica e partecipazione
Gennaio è stato, prima di tutto, il mese delle reazioni al PANSM 2025–2030 (Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale), un piano che rappresenta una cornice nazionale (territorio, continuità, integrazione sociosanitaria) ma che – proprio in quanto tale – può essere valutato solo nelle misura in cui trova concreta attuazione. Nelle letture più favorevoli si insiste sul fatto che “la svolta” ci sarebbe, e che ora conta portare il Piano nei DSM e nei distretti con ricadute visibili. (Una buona panoramica delle posizioni, tra entusiasmi e distinguo, è in TrendSanità: “reazioni al PANSM”; e una posizione nettamente positiva è ad esempio quella espressa dalla SIP: SIP e Piano 2025–2030.)
Accanto a questa linea però, se ne consolida un’altra più critica e concreta: buone intenzioni, sì, ma risorse e personale rischiano di non essere commisurati alle urgenze reali, e senza un salto operativo il Piano potrebbe diventare un “elenco di cose giuste” che non modifica i livelli di accesso alla cura e la sua continuità. In Quotidiano Sanità questa tensione emerge bene nelle lettere che mettono a fuoco i punti dolenti e chiedono di non confondere l’approvazione del piano con il cambiamento: “tra buone intenzioni, risorse insufficienti e urgenze irrisolte” e “riflessioni sul PANSM 2025–2030”. È in questo registro che si colloca anche l’allarme di Fabrizio Starace, ripreso da Il Sole 24 Ore: una psichiatria “allo stremo” dove il nodo vero torna sempre lì, su fondi e personale impiegato. (Starace su risorse e personale).
In questo quadro, lo psicologo di base di cui è previsto il potenziamento nel PANSM, sembra lo strumento più popolare ma anche quello più facilmente fraintendibile perché se da un lato risponde a una domanda sociale matura, dall’altro rischia di restare un semplice slogan se non si chiarisce dove sta (Case di comunità? distretti?), come si integra con MMG/PLS e DSM, e con quale piano di assunzioni viene sostenuto. Anche qui il PANSM viene letto come un passaggio che può rendere ordinario e strutturale l’intervento psicologico all’interno delle cure primarie, in modo integrato con i medici e vicino alle persone, a patto di non lasciarlo a progetto o a bonus. (Quotidiano Sanità – “Il futuro… passa dallo psicologo di base”; TrendSanità – voci e reazioni sul PANSM).
In tutto ciò poi il vero elemento di disturbo che rischia di sfuggire è un altro: mentre il PANSM prova a imprimere una direzione, in parallelo proprio in questo momento si muovono due iter legislativi che possono sì rafforzare quella direzione ma al contrario anche depotenziarla. Da un lato infatti c’è il disegno di legge “di settore” sulla salute mentale, il progetto a prima firma Francesco Zaffini (Senato della Repubblica, Atto n. 1179: scheda ufficiale). Dall’altro c’è il DDL delega di riforma/riordino del SSN, approvato in Consiglio dei Ministri il 12 gennaio 2026: nota del Ministero della Salute che riguarda l’assetto complessivo del SSN (via libera alla legge delega). Senza entrare nei tecnicismi basta cogliere l’essenziale. Se il PANSM è una cornice “applicativa” che vive di fondi, atti attuativi regionali e organizzazione dei servizi, legge di settore e riforma generale del SSN possono, a seconda di come vengono scritte e implementate, rafforzare quella cornice oppure spostare le priorità, creare sovrapposizioni, introdurre logiche diverse e, di fatto, vanificare la spinta del Piano quando invece ci si attende che si trasformi in pratica quotidiana (preoccupazioni qui esplicitate: “salute mentale tra deleghe, silenzi e possibili arretramenti”).
Sfide, ricerca e problemi aperti
Si ripropone anche a gennaio la discussione sull’intelligenza artificiale. Nel dibattito emergono sia il lato-rifugio (chatbot come risposta immediata alla solitudine) sia i rischi: interazioni che possono amplificare fragilità, rinforzare convinzioni distorte e persino alimentare dinamiche deliranti, con l’ulteriore problema – tutt’altro che secondario – della privacy, soprattutto quando questi strumenti sono in mano a soggetti profit e la raccolta dati diventa parte del modello di business. In tutto ciò la chiave di interpretazione che troviamo più convincente è quella che parla di umanesimo digitale: tecnologia come supporto e non sostituzione, limiti e responsabilità chiari, centralità della relazione e dei contesti reali (Agenda Digitale; con due corollari utili: Avvenire e privacy delle app.).
Altro tema montante e che non può più restare a margine emerge sul piano demografico: la salute mentale degli anziani non è più una nicchia ma un pezzo crescente di sanità pubblica. E proprio perché cresce, non si governa con una sola chiave clinica. Serve tenere insieme fattori biologici e psicologici, stili di vita, solitudine, comorbidità, ambiente e accesso ai servizi, un approccio integrato che non separi mente e cervello e anche qui che intervenga sulle fragilità prima e non dopo (Doctor33; La Capitale). Proprio per la cura delle fasce anziane della popolazione ma più in generale per tutte le età segnaliamo un articolo che chiarisce funzioni e confini della figura dello psicologo di base (accesso precoce, interventi brevi, orientamento, integrazione con cure primarie e rete dei servizi), in Quotidiano Sanità – “lo psicologo di base”.
Infine c’è un argomento che torna ciclicamente, e sempre estremamente critico da trattare: Malattia mentale e violenza. Questo resta un nodo irrisolto anche perché, per molto tempo, è stato sottovalutato o rimosso: per timore di alimentare stigma, finendo talvolta per fare l’errore opposto, come se nominare il rischio significasse automaticamente criminalizzare. La realtà però è più semplice e dura: alcune condizioni psichiatriche possono rendere una persona potenzialmente pericolosa per sé e per gli altri. Ignorarlo non protegge nessuno. La risposta, però, non può essere la repressione né tantomeno la violenza ma chiarezza, consapevolezza, cura e presa in carico reale, in luoghi e con personale adeguato, continuità e percorsi coerenti (anche nelle REMS). Segnaliamo a proposito due contributi. Il primo che evidenzia quanta fatica si faccia a rispondere in modo convincente a chi invoca misure repressive (Il Post), il secondo che partendo da un fatto di cronaca mostra cosa può succedere quando cedono le reti cliniche e organizzative sei servizi Quotidiano Sanità – caso in reparto e attesa REMS.
Salute della mente – città, lavoro, società, opinioni
Questo mese ci offre una bussola migliore di qualunque editoriale: la trasmissione Report su RaiTre ha dedicato un’inchiesta alla salute mentale (“Avrò cura di te”, 11/01/26). E’ un esempio di giornalismo che ci sentiamo di sostenere e divulgare (guarda su RaiPlay), in particolare evidenziandone alcuni passaggi a nostro avviso assolutamente illuminanti.
La salute mentale come qualcosa che non si misura con la percentuale di spesa ma con il personale effettivamente impiegato nei servizi: in psichiatria la cura coincide con la relazione, con una persona che si prende cura (e cura) un’altra persona.
Dentro questa idea, un punto centrale è la fiducia: per alcuni pazienti la cosa più importante all’inizio può essere proprio arrivare a riconoscere come si stanno comportando con i propri interlocutori e se stanno ripagando o meno la fiducia che gli viene rivolta. E’ solo quando ci si sente trattati bene che può succedere che nasca la responsabilità di “restituire” quella fiducia come riattivazione del pensiero e della relazione.
Le cure domiciliari in questa ottica risultano decisive sia perché alleggeriscono gli SPDC, sia perché permettono a terapeuti e infermieri di vedere il paziente nel suo ambiente reale, cogliendo fattori e dinamiche che in reparto restano invisibili.
Proprio per questo colpisce la persistenza a tutt’oggi delle fasce di contenzione, un segnale grave perché indica che si è arrivati a un punto in cui mancano alternative adeguate, e che il sistema sta trattando la crisi con l’immobilizzazione invece che con la cura.
Infine, viene messa in discussione la logica delle residenze psichiatriche: tendono a deresponsabilizzare completamente il paziente e, così facendo, rischiano di condannarlo a una “morte psichica”, perché non richiedono reazione, responsabilità, pensiero. Servizi e interventi devono invece restituire responsabilità e dignità al paziente, non “spegnerlo” per meglio controllarlo.
Spostando il punto d’osservazione sull’ambiente lavorativo e sulle sue dinamiche economiche e sociali, il lavoro appare sempre meno come un contesto neutro ma un fattore attivo che può proteggere oppure addirittura ammalare. Iniziative come Ethical HR insistono sull’idea che quando un’organizzazione produttiva produce in modo sistematico rigidità, svalutazione o isolamento, non sta solo “mettendo pressione” alle persone, sta costruendo un clima che può diventare patogeno, cioè capace di generare malessere e disagio psichico (Gli Stati Generali). Se poi il discorso entra nel terreno del mobbing, il punto si chiarisce ancora di più: il danno non nasce necessariamente da una fragilità individuale, ma spesso da un ambiente che tollera, seleziona e normalizza comportamenti tossici, fino a renderli parte della routine (State of Mind).
C’è poi un segnale culturale, più sottile e forse più rivelatore: il termine “salute mentale” sta cambiando accezione nel linguaggio comune, soprattutto tra i più giovani. Sempre più spesso infatti non indica un fenomeno clinico o sanitario, ma un gesto di autodifesa: mi fermo, mi proteggo, mi concedo spazio. È come se si stesse affermando l’idea che la salute mentale venga costantemente messa alla prova dal modo stesso di vivere e produrre che ci viene proposto veloce, performativo, meccanico e che nominare la “salute mentale” serva a rivendicare il diritto a non esserne travolti (Comunicaffè; e, come termometro generazionale qui).
Chiudiamo l’argomento con quella che può sembrare una provocazione ma purtroppo non la è: quando il disagio diventa così diffuso da sembrare “normale”, finisce anche per dare spazio, o comunque per rendere più tollerabili, forme di leadership e di potere politico senza contraddittorio, dove l’ego diventa l’unica misura di tutto. Il dibattito mediatico sul “solipsismo” attribuito a Donald Trump allora non va tanto letto come diagnosi a distanza quanto come un modo per cercare di definire comportamenti pubblici collettivamente destabilizzanti e violenti. (ANSA).
Segnaliamo poi a margine:
- Corte di Cassazione: richiamo al diritto alla cura (non riducibile al solo contenimento farmacologico) nel contesto detentivo. (Lexced.)
- Fondazione Vecchioni: nascita e presentazione pubblica del progetto “insieme per la salute mentale”. (Corriere TV.) (video.corriere.it)
- “One Mental Health”: cornice che prova a tenere insieme mente, ambiente, legami sociali e servizi (non compartimenti stagni). (Panorama della Sanità.)
Osservatorio territori e partecipazione – Focus su Roma e Lazio
Nel mese, i territori raccontano tre aspetti della stessa trasformazione: precocità, aumentato carico sui servizi, ostacoli nella continuità della presa in carico e nell’accesso.
Piacenza mette a fuoco l’emersione strutturale del bisogno tra i minori; Asti mostra l’aumento delle prese in carico e il nodo della transizione verso i servizi adulti; il Friuli Venezia Giulia, attraverso il bonus psicologo, evidenzia lo scarto tra bisogno espresso e possibilità di presa in carico stabile Sintesi su Quotidiano Piacenza Online e richiamo a dati ripresi da stampa locale via Trieste all news. Zazoom, La stampa.
Dentro questo quadro generale, il Lazio produce invece due notizie “politiche” molto concrete riguardanti da una lato la prevenzione scolastica e dall’altra la tenuta della rete dei servizi territoriale.
A fine mese il Consiglio regionale del Lazio ha approvato all’unanimità una legge che istituisce il Servizio di psicologia scolastica (qui il link). L’idea non è quella di aggiungere un’altra figura negli organigramma, ma di mettere in piedi un’infrastruttura di prevenzione e intercettazione precoce nella quotidianità dove il disagio spesso appare per primo (scuole, famiglie, contesti educativi). La norma richiama obiettivi molto chiari: ascolto, orientamento, prevenzione del ritiro, bullismo/cyberbullismo e altri fattori di rischio; e soprattutto un raccordo più ordinato tra scuola e servizi territoriali (descrizione e reazioni). Adesso dopo l’approvazione servono passaggi attuativi (regole operative, criteri e modalità di impiego delle risorse, raccordo con l’Ufficio scolastico e con i territori) perché il servizio non resti solo un titolo: quante scuole riuscirà a coprire davvero, con quali ore e con quale continuità? Alcune letture sottolineano già il tema delle risorse come potenziale collo di bottiglia, la misura infatti può diventare strutturale solo se l’impianto attuativo non la riduce a interventi occasionali.
In parallelo, a Roma si vede l’altro lato della medaglia: la rete territoriale non è fatta solo di servizi sanitari, ma anche di soggetti che tengono insieme riabilitazione, inclusione e vita quotidiana. A gennaio le cooperative sociali sono scese in piazza per segnalare criticità su risorse e sostenibilità del sistema (Cronaca su La Capitale).
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CHIUDIAMO QUESTO NUMERO ATTIVANDO UN CONTATORE CHE INDICHERA’ A PARTIRE DA OGGI DA QUANTO TEMPO NON SI RIUNISCE LA CONSULTA REGIONALE DEL LAZIO PER LA SALUTE MENTALE (L.R. N. 6 DEL 3 LUGLIO 2006). AD OGGI SONO PASSATI 1.277 GIORNI DA QUANDO – IL 12 LUGLIO 2022 – LA CONSULTA SI E’ RIUNITA PER L’ULTIMA VOLTA, PRIMA IN SEGUITO ALLE DIMISSIONI DEI SUOI COMPONENTI PER PROTESTA ALL’INTRODUZIONE DELL’ART. 19 DELLA L.R. 10/2022 E POI A CAUSA DELLA MANCATA EMANAZIONE DEL BANDO DI RICOSTITUZIONE DA PARTE DELL’ATTUALE CONSIGLIO REGIONALE CHE DI FATTO IMPEDISCE ALL’ORGANISMO DI TORNARE OPERATIVO.
