OSSERVATORIO MENSILE SALUTE MENTALE – N. 3 MARZO 2026

OSSERVATORIO MENSILE SALUTE MENTALE – N. 3 MARZO 2026

Questo osservatorio mensile raccoglie e mette in relazione notizie, dati e segnali su ciò che si muove intorno al tema della salute mentale, articolandoli in sei punti di osservazione su quanto accaduto nel mese appena trascorso: (1) Infanzia e adolescenza (2) Indagini e dati (3) Politiche pubbliche (4) Sfide e problemi aperti (5) Cultura, opinioni, società (6) Territori con focus su Roma e Lazio.

INFANZIA E ADOLESCENZA

A febbraio emergono come protagonisti due contesti di vita quotidiana dei giovani, social e scuola, con il carcere minorile a fare da sfondo come “luogo limite” se tutto il resto fallisce.

Social. Il 77,5% degli adolescenti dichiara di sentirsi dipendente dai dispositivi digitali. Tra chi prova a ridurne l’uso solo il 23,3% ci riesce davvero. Non stiamo quindi parlando di mancanza di percezione ma di consapevole vulnerabilità che rappresenta una delle forme più frustranti di disagio. (Alley Oop – Il Sole 24 Ore).
Sul perché di questa impotenza si sta finalmente aprendo un dibattito più aperto. Il problema non è solo cosa si vede online, ma come le piattaforme sono costruite per tenerci incollati i ragazzi. L’UE ha contestato a TikTok un’architettura progettata per alimentare lo scorrimento compulsivo, con rischi documentati per i minori (Formiche; Sky TG24); negli USA il processo che vede sul banco degli imputati Meta e altre grandi piattaforme sposta l’attenzione sullo stesso punto ossia la prevedibilità se non addirittura proprio la previsione del danno. (AGI; Agenda Digitale)

Scuola. E’ l’altro osservato speciale, non più solo luogo di apprendimento, ma potenziale luogo di prevenzione. Il dibattito sui divieti, lo smartphone in classe ad esempio, è utile ma rischia di fermarsi alla superficie. Vietare senza affrontare il nodo del benessere non risolve nulla e può produrre effetti collaterali. (Fondazione Feltrinelli) L’indicazione che emerge con più forza infatti è quella di partire dal benessere e non dai voti, ripensando valutazione, clima scolastico e competenze relazionali ed emotive, cose che richiedono ben più coraggio di regolamenti e divieti. (Agenda Digitale) Sul piano operativo arrivano intanto i voucher da 250 euro per cinque colloqui psicologici, con le scuole chiamate a intercettare precocemente il disagio (Sanità Informazione) mentre in la Spagna si è alzata l’asticella con un piano nazionale contro l’isolamento giovanile che prevede classi meno affollate e figure dedicate a favorire la socialità. (Orizzonte Scuola)

Infine il dato che chiude il cerchio, proveniente dagli istituti penali minorili: 381 ragazzi detenuti a fine 2022, 572 a fine 2025, un aumento di oltre il 50% in tre anni. Al di là del dato di cronaca è la misura di quanto poco si investa sul sistema della prevenzione sia in termini di risorse, sia in termini di dibattito pubblico. Nello stesso periodo l’uso di psicofarmaci negli stessi IPM è raddoppiato, e il rischio concreto è che la risposta al disagio diventi sempre più farmacologica e sempre meno rieducativa. (Orizzonte Scuola; L’Espresso)

INDAGINI E DATI

A febbraio è stato diffuso dall’Istituto Superiore di Sanità il Rapporto ISTISAN 25/26 – ISS (Strutture e attività dei servizi di salute mentale nelle Regioni italiane, 2015–2023). Il quadro che se ne ricava per i servizi di salute mentale è quello di una rete sì diffusa sul territorio ma sostanzialmente ferma: risorse invariate, personale insufficiente, divari Nord-Sud che non si riducono.
I numeri lo dicono chiaramente: la spesa pro capite in salute mentale scende lievemente in otto anni, da 73,8 euro nel 2015 a 71,9 nel 2023, con divari regionali che fanno impressione: 36 euro in Campania contro 98,5 in Sicilia. Gli organici restano pressoché identici – 58,3 operatori ogni 100.000 abitanti nel 2015, 58,2 nel 2023 – una dotazione che l’Agenas stima quasi il 30% al di sotto degli standard. Nel frattempo la platea di chi arriva ai servizi cresce, ma rimane una minoranza: nel 2023 circa una persona su 60 ha avuto almeno un contatto specialistico con i servizi di salute mentale. È un incremento rispetto all’anno precedente, ma resta lontanissimo dalla diffusione stimata dei disturbi mentali nella popolazione, che si calcola fino a dieci volte superiore. Una quota ampia di bisogno, in altre parole, non viene intercettata o arriva tardi ai servizi. (Quotidiano Sanità; Sanità 33; Sardegna GOL; Grusol).
Alle evidenze si aggiunge una contrazione dell’offerta sul piano delle strutture che va nella direzione opposta a quella che servirebbe: le strutture territoriali sono calate del 18,5% dal 2017, quelle residenziali del 13%, quelle semiresidenziali del 12,5% dal 2020. Nello stesso periodo l’uso di antipsicotici è aumentato del 63%, con un’intensità maggiore nel Sud e nelle Isole, una spia, suggerisce il rapporto, di un sistema in cui gli interventi psicosociali cedono per mancanza di risorse. I posti letto per acuzie psichiatriche restano a 0,1 per mille abitanti, contro una mediana OCSE di 0,64. (ANSA).

Con queste evidenze viene da pensare come non sia sufficiente cambiare modello organizzativo ma occorra ripensare il sistema sanitario di prevenzione e cura.

Il rapporto Caritas, pubblicato nello stesso mese, poi aggiunge un’altra prospettiva al quadro. Al centro c’è il legame tra povertà e salute mentale, un nesso bidirezionale che produce esclusione. Tra le persone accompagnate dalla rete Caritas i disturbi depressivi sono aumentati del 154% nell’ultimo decennio, e nell’80% dei casi il disagio mentale si intreccia con povertà materiale, relazionale e sociale, colpendo in modo particolare giovani, donne e persone con esperienza migratoria. (Difesa del Popolo; Avvenire; Vatican News; Vita)

A chiudere la sezione, l’OMS Europa segnala quattro esperienze — Cechia, Estonia, Finlandia, Irlanda — dove riforme del finanziamento e potenziamento delle cure primarie e dei servizi di comunità hanno puntato a ridurre attese e barriere, soprattutto per le fasce a basso reddito e per bambini e adolescenti. Qualcosa di diverso evidentemente è possibile fare. (Panorama della Sanità)

POLITICHE E ISTITUZIONI

A due mesi dal via libera in Conferenza Stato-Regioni, la discussione istituzionale sul PANSM 2025–2030 si è definitivamente spostata dal “che cosa prevede” al “come si realizza”.
Il punto centrale delle osservazioni è che il Piano, pur presentandosi come architettura di interventi moderna e integrata, rischia di restare solo sulla carta se non si affrontano i nodi di finanziamento, criteri di riparto e soprattutto personale. È la linea ribadita da ANAAO, che chiede un confronto serrato proprio su organici e sostenibilità (Quotidiano Sanità). Nella stessa direzione va la lettera sul “nodo decisivo”: l’effetto reale dipenderà da quanto le risorse si tradurranno in assunzioni e capacità operativa nei DSM, senza scaricare tutto sulle Regioni e senza allargare i divari ad oggi esistenti. Le osservazioni tecniche aggiungono in particolare un rilievo più secco sul piano del coinvolgimento regionale percepito come tardivo e sul rischio concreto di medicalizzare il disagio giovanile se non si chiarisce la cornice di prevenzione e l’integrazione con le politiche di comunita. La partita si gioca nel definire ruoli e raccordi tra assistenza primaria, Case della Comunità e DSM, altrimenti l’impulso rimarrà ambigua.

Vale la pena segnalare anche un altro tema che viene sollevato in questo contesto ossia il rapporto tra disturbi mentali e violenza, spesso evocato nel dibattito pubblico in modo improprio. Una lettera su Quotidiano Sanità prova a rimettere ordine, ricordando che il nesso causale è molto più debole di quanto la narrazione comune lasci intendere e che il PANSM dovrebbe essere l’occasione per costruire risposte fondate sui dati e non sull’allarme sociale. Al fondo di tutto ciò ci chiediamo, tuttavia, quanto l’idea stessa di violenza che viene rappresentata possa essere diventata incompleta, e non sempre adeguata. Di cosa hanno realmente paura le persone? Di quale violenza si parla? I rapporti anaffettivi tra gli individui, anche se non si toccano, inducono malessere. Non sono anch’essi violenza?

A valle di tutto ciò l’intervento di Schillaci alla Camera si è posto come risposta istituzionale alle obiezioni nella quale il il ministro riconosce dati preoccupanti, anche sull’uso di psicofarmaci in età evolutiva, ma rivendica che ora ci sono risorse e un piano per realizzare misure e presa in carico. Basterà? Ma soprattutto che tipo di aderenza viene cercata tra le risorse impiegate ed il fabbisogno espresso dai territori? Percepiamo l’esistenza di un gap percettivo tra esigenza reale – esigenza espressa dagli utenti – risposta considerata sufficiente dai servizi – risorse considerate adeguate dai decisori politici.

Sul piano internazionale infine segnaliamo la decisione dell’OMS di chiudere l’unità interna su policy, diritti umani e salute mentale, associata al programma QualityRights. Non è una semplice riorganizzazione, per molte reti europee significa perdere un presidio che spingeva i Paesi a riformare servizi e norme in chiave di diritti, non coercizione e autonomia proprio mentre i sistemi sanitari avrebbero più bisogno di orientamento e standard condivisi. (Sportello Ti Ascolto; Informare ONU)

SFIDE E PROBLEMI

Le notizie di questo mese, apparentemente lontane tra loro, ci interrogano sul fatto se la salute mentale costituisca, come dovrebbe, una sfida per migliorare la qualità della vita delle persone, o al contrario stia diventando soprattutto uno strumento per tenere ai margini anziani, devianti e migranti, chiunque, insomma, venga considerato non più produttivo o pericoloso per l’ordine pubblico. La cornice teorica più esplicita in tal senso è quella della biopolitica neoliberale, dove il benessere si trasforma in misurazione, classificazione e performance, si ottimizzano i normali, si abbandonano i casi gravi perché non rientrano negli standard e non rendono.
Alcuni segnali sembrano confermarlo. Il protocollo di Vicenza tra Procura, Tribunale e ULSS nasce per gestire meglio arresti in flagranza e fragilità psichiatriche, con percorsi più ordinati tra valutazioni cliniche, compatibilità con la detenzione e possibili alternative. Utile, certo, ma anche indicativo di quanto la cura venga sempre più chiamata a funzionare dentro il dispositivo della giustizia e della sicurezza, con il rischio che finisca per significare anche o soprattutto contenimento. (TViWeb; ViPiù)
Un’altra declinazione è legata alla fragilità degli anziani. Il sistema è in affanno e la scorciatoia spesso diventa semplice connubio tra ricorso al medico di base e psicofarmaci, una gestione che tranquillizza ma non costruisce presa in carico integrata, relazioni, attività, interventi psicosociali. (Medico e Paziente)
Quando poi l’ambiente è coercitivo la salute mentale diventa termometro del conflitto. Nel CPR di Torino il disagio e gli atti di autolesionismo vengono raccontati come parte di una tensione strutturale, con l’impressione che l’obiettivo primario sia tenere l’ordine più che curare. (Altreconomia)

In questo stesso filone si inserisce il rischio culturale forse più insidioso: la tentazione di far tornare un organicismo alla Lombroso, la caccia al segno corporeo che “spiega” la malattia. La storia delle proporzioni tra dita come chiave per definire il rischio di ammalarsi, è aberrante anche solo se diffusa in forma puramente divulgativa. (Telegrafi)

Eppure c’è da sottolineare come nello stesso mese compaiano anche segnali che spingono nella direzione opposta. L’idea di arte e cultura come complemento ai percorsi clinici non è terapia soft per pochi ma un tentativo di restituire spazi di significato e relazione, un modo per rallentare, riorganizzare, riabitare il mondo invece di limitarsi a gestire i sintomi. (Vanity Fair) E il dibattito sulla revisione del DSM (il “manuale” di base della psichiatria mondiale) va letto nella stessa ottica ossia non un tecnicismo da addetti ai lavori, ma un tentativo di evitare che la diagnosi diventi un timbro amministrativo che medicalizza e semplifica, perdendo di vista esigenze e contesto nei quali concretamente si sviluppa la patologia e soprattutto la vita delle persone, con le loro specifiche diversità. (Nature).

SALUTE DELLA MENTE – OPINIONI, LAVORO, SOCIETA’

La salute mentale viene percepita sempre meno come un tema esclusivamente clinico per diventare invece un fatto pubblico, legato a come viviamo, lavoriamo, comunichiamo e immaginiamo il futuro. Il segnale più visibile è che perfino figure iper-esposte come il principe William d’Inghilterra scelgono di mettere in piazza la propria vulnerabilità non come confessione privata, ma come atto culturale, dire che si può stare male anche quando tutto funziona, riconoscere il peso emotivo di esperienze ad alta intensità, normalizzare l’idea che chiedere aiuto non sia una crepa ma una responsabilità. (My Personal Trainer)

Ma la stessa stagione che sdogana le parole sul disagio mostra anche quanto contino i contesti. Nel lavoro la sofferenza non è legata solo a fragilità individuali, ma spesso è prodotta dall’organizzazione stessa. La storia dell’infermiera del SSN raccontata da Repubblica è esemplare perché fa vedere il meccanismo dall’interno – isolamento, logoramento, dinamiche di potere che diventano mobbing – e la necessità di un presidio come la Consigliera di fiducia per trasformare un dolore privato in un problema riconosciuto e quindi affrontabile. (Repubblica)

E poi c’è la forma di inquietudine più caratteristica del presente, quella che non nasce da un trauma personale ma da un futuro percepito come instabile. L’emergere dell’eco-ansia. Il cambiamento climatico entra nel lessico emotivo dei giovani come preoccupazione persistente, capace di tradursi in ansia, pensieri ossessivi, senso di fragilità. Qui la salute mentale diventa una questione anche di carattere propriamente politico e dipende da quanto la società sa dare risposte credibili e spazi di azione, perché l’incertezza cronica non si cura con i soli strumenti individuali. (InfoData – Il Sole 24 Ore)

TERRITORI E PARTECIPAZIONE

Nei territori, bilanci locali, spazi di parola e tenuta dei servizi diventano terreno di partecipazione, e di denuncia, tra cittadini, professionisti e istituzioni. Le istituzioni, in tale ottica, dovrebbero avere ancor di più l’obbligo alla trasparenza. Un termometro ad essa associato, a nostro avviso, dovrebbe evidenziare le istituzioni che condividono le informazioni da quelle che non lo fanno.

In Piemonte la miccia è finanziaria ma ha un effetto politico. Il Comitato Piemontese per la Salute Mentale denuncia infatti che nel 2026 le risorse resteranno ferme a 230 milioni, con una quota sul Fondo sanitario regionale del 2,55%, sotto la media nazionale del 3%, e chiede un incontro urgente all’assessore. La protesta non è contro un singolo provvedimento ma contro l’idea che l’emergenza possa essere gestita a parità di stanziamenti mentre aumentano domanda, difficoltà di reclutamento e carenza di personale. (La Stampa)

All’Aquila la leva è opposta e non parte dai fondi ma dalla costruzione di un luogo pubblico. Il ciclo “Oltre Talks” nasce per mettere attorno allo stesso tavolo giovani, istituzioni e professionisti, con un primo incontro dedicato a salute mentale giovanile, bisogni e strategie territoriali. È un segnale interessante perché sposta il tema dalla sola sanità alla città, portando dentro relazioni tra generazioni, reti sociali e risposte concrete di comunità. (L’Aquila Blog)

In Emilia-Romagna la partecipazione prende invece la forma di alleanza strutturata tra pubblico e terzo settore. Il convegno promosso da Confcooperative Federsolidarietà mette al centro questioni territoriali quali progetto di vita, abitare, socialità, lavoro, reti comunitarie, e usa i dati regionali sull’aumento degli accessi come argomento per chiedere modelli più sostenibili e investimenti coerenti con la crescita dei bisogni. (Sesto Potere; Parma Today)

In Calabria infine emerge una criticità meno visibile ma decisiva, quella del futuro dei servizi. Molti specializzandi in psicoterapia non riescono infatti a completare i tirocini obbligatori nelle strutture pubbliche per carenza di organico e applicazione di limiti numerici. Un paradosso che produce ritardi, proroghe e talvolta blocchi nei percorsi formativi e che, a cascata, rischia di aggravare il ricambio generazionale in una regione già fragile sul fronte della sanità pubblica e in particolare dei servizi di salute mentale. (Eco dello Jonio)

CHIUDIAMO QUESTO NUMERO AGGIORNANDO IL CONTATORE CHE INDICA DA QUANTO TEMPO NON SI RIUNISCE LA CONSULTA REGIONALE DEL LAZIO PER LA SALUTE MENTALE (L.R. N. 6 DEL 3 LUGLIO 2006). AD OGGI SONO PASSATI 1.335 GIORNI DA QUANDO – IL 12 LUGLIO 2022 – LA CONSULTA SI E’ RIUNITA PER L’ULTIMA VOLTA, PRIMA IN SEGUITO ALLE DIMISSIONI DEI SUOI COMPONENTI PER PROTESTA ALL’INTRODUZIONE DELL’ART. 19 DELLA L.R. 10/2022 E POI A CAUSA DELLA MANCATA EMANAZIONE DEL BANDO DI RICOSTITUZIONE DA PARTE DELL’ATTUALE CONSIGLIO REGIONALE CHE DI FATTO IMPEDISCE ALL’ORGANISMO DI TORNARE OPERATIVO.

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