Questo osservatorio mensile raccoglie e mette in relazione notizie, dati e segnali su ciò che si muove intorno al tema della salute mentale, articolandoli in sei punti di osservazione su quanto accaduto nel mese appena trascorso: (1) Infanzia e adolescenza (2) Indagini e dati (3) Politiche pubbliche (4) Sfide e problemi aperti (5) Cultura, opinioni, società (6) Territori con focus su Roma e Lazio.
INFANZIA E ADOLESCENZA
Il 25 marzo un tredicenne di Trescore Balneario accoltella la propria professoressa di francese all’uscita da scuola, filmandosi in diretta su Telegram. Prima dell’aggressione aveva pubblicato un “manifesto” in cui annunciava il gesto, motivato da sentimenti di umiliazione e desiderio di rivalsa. Il caso ha scosso l’opinione pubblica e riaperto con forza il dibattito sulla violenza giovanile. Sempre a marzo Save the Children ha pubblicato (Dis)armati, una indagine sulla diffusione della violenza giovanile. I reati contro la persona commessi da minorenni sono passati da 15.365 nel 2019 a 21.958 nel 2025; le rapine tra 14-17enni sono più che raddoppiate in dieci anni; il porto abusivo di armi è quasi triplicato dal 2019. Forse siamo davanti a una sorta di «cortocircuito della paura» per cui sentirsi in pericolo, specialmente in alcuni ambienti, spinge ad armarsi, il che produce ulteriore escalation. La ricercatrice Antonella Inverno tuttavia avverte che un approccio fondato solo su punizione e controllo rischia di essere inefficace. Il titolo del report “Adolescenti sempre più armati fisicamente e disarmati emotivamente” indica già dove cercare le soluzioni. E sul piano scolastico la conferma viene dai presidi scolastici fiorentini intervistati da La Nazione i quali confermano con la propria esperienza diretta che gli sportelli psicologici sono saturi e gli istituti scolastici lasciati soli ad affrontare il problema.
Il 30 marzo poi la psicoanalista Costanza Jesurum ha pubblicato su Domani l’intervento a nostro avviso più lucido del mese sull’argomento: “Adolescenti e salute mentale. La violenza non nasce da sé”. La tesi centrale è che la violenza giovanile non sia un fenomeno autosufficiente. I fattori socioculturali (marginalità, social media, disagio socio-economico) sono condizioni necessarie ma non sufficienti. Ciò che trasforma il disagio in agito violento è l’assenza di una presa in carico psicologica e psichiatrica precoce, e la debolezza strutturale dei presìdi territoriali di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza. Jesurum si basa su argomenti clinici precisi: gli studi sul reclutamento terroristico e sulle stragi scolastiche americane mostrano che «il braccio armato delle ideologie violente sono le psicopatologie franche». Nella maggioranza dei casi, agli autori di quei reati infatti è stata riconosciuta una diagnosi importante nell’area dei disturbi di personalità. Se un adolescente dice di voler uccidere una docente per un brutto voto ci deve essere «qualche altro motivo importante che riguarda la personalità del ragazzo, la sua storia personale, l’eventuale presenza di diagnosi importanti» — un’ovvietà clinica che il dibattito pubblico però continua ad ignorare. Da qui la critica alle risposte generiche come il Decreto Caivano, il divieto dei cellulari a scuola, l’invito ministeriale al «dialogo tra compagni» (definito «improvvido»).
Altre notizie e segnalazioni
Tre professioniste della ASL Roma 3 hanno presentato al Parlamento Europeo uno studio secondo cui il digitale non crea disagio ma amplifica vulnerabilità preesistenti; la domanda di supporto psicologico in Italia è cresciuta del 30% dal 2019. Sul versante clinico, il convegno di Imola del 27-28 marzo conferma disturbi alimentari, disregolazione emotiva e dipendenze comportamentali in aumento con offerta territoriale di psicoterapia ancora inadeguata.
I numeri dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, oltre quelli già segnalati del Bambino Gesù a Roma, segnalano accessi psichiatrici triplicati tra 2018 e 2022, ricoveri per disturbi alimentari quadruplicati. Paolo Kessisoglu (C’è da Fare) ha presentato il progetto Safe Teen per adolescenti a rischio chiedendo, nel suo stile, alle istituzioni di smettere «di litigare sui telefonini» (cit.).
Il 25 marzo due giurie americane hanno condannato Meta (6 milioni a Los Angeles, 375 milioni in New Mexico) per aver progettato piattaforme che creano deliberatamente dipendenza nei minori. Per la prima volta il design stesso delle piattaforme è riconosciuto come fonte autonoma di danno configurando per la prima volta un “momento Big Tobacco» anche per i social.
INDAGINI E DATI
Sull’argomento questo mese abbiamo una “non notizia”: Quotidiano Sanità sottolinea infatti il ritardo dell’uscita del Report SISM (Sistema Informativo Salute Mentale) che è la principale banca dati nazionale italiana, istituita dal Ministero della Salute, che raccoglie e monitora le informazioni sulle attività dei servizi psichiatrici pubblici. E’ uno dei pochi strumenti oggettivi disponibili e che peraltro arriva con dati già “vecchi”, perché quelli su epidemiologia, prestazioni e strutture sono sfasati di un anno e quelli economici di due. Per capirci a fine 2025 sarebbero dovuti uscire i dati del 2024 e quelli economici del 2023. Proprio per questo motivo il ritardo pesa molto: senza il rapporto aggiornato, il sistema resta più opaco e più difficile da valutare.
In questo quadro appare ancora più importante il commento sui dati ad oggi disponibili da parte di Fabrizio Starace: la spesa per la salute mentale nel 2023 è pari al 2,69% della spesa sanitaria complessiva, un livello che lo colloca all’ultimo posto nel G7 e sotto i principali paesi occidentali avanzati. Starace legge questo dato come il segno di un sottofinanziamento strutturale e non come un semplice incidente congiunturale. L’aumento nominale della spesa del 5,2% nel periodo considerato peraltro non è bastato, perché restato sotto il livello dell’inflazione (5,7%) col risultato che l’apparente crescita di risorse è servita solo per tamponare i rincari e non certo a rafforzare i servizi. L’altro dato sottolineato e a nostro avviso il più critico è che la residenzialità psichiatrica assorbe oltre il 44% della già poche risorse spese nel settore, intercetta poco più del 3% dell’utenza, e mostra permanenze medie superiori ai tre anni. Il problema insomma non è solo quanto si spende, ma anche (e soprattutto) come si spende.
POLITICHE E ISTITUZIONI
Nel mese di marzo il tema della salute mentale entra nel dibattito parlamentare con l’interrogazione n. 4-02843, presentata dalla senatrice Susanna Camusso insieme ad altri parlamentari del Partito Democratico, che richiama l’attenzione del Ministro della Salute Schillaci sulla necessità di rafforzare le politiche di deistituzionalizzazione e i servizi territoriali. L’atto sollecita in particolare un impegno sullo sviluppo del budget di salute come strumento cardine per progetti personalizzati, sull’integrazione socio-sanitaria ed il superamento delle criticità legate a residenzialità e carenze di personale, consentendo così al sistema salute mentale pubblico di garantire non solo sulla carta diritti, inclusione e reali prese in carico comunitarie.
Parallelamente, il confronto sulla riforma delle professioni sanitarie e sulle nuove specializzazioni post laurea in psicologia prefigura un possibile ampliamento di perimetro e competenze e la definizione di nuovi percorsi specialistici tra cui psicologia delle cure primarie, neuropsicologia, psico-oncologia e psicologia dell’emergenza, rispondendo in tal modo alla crescente domanda di interventi strutturati e integrati nel SSN. Ne emerge una visione in cui la psicologia non è più una funzione accessoria ma una delle componenti stabili dei percorsi di cura, con connesse rilevanti implicazioni organizzative e professionali. Non mancano però voci critiche: in una lettera al direttore di Quotidiano Sanità, Federico Zanon, coordinatore dell’Ufficio Deontologico dell’Ordine Psicologi del Veneto, mette in guardia dal rischio che una settorializzazione spinta sul modello medico porti alla perdita della visione unitaria della persona che è tratto distintivo della professione, oltre a ridurre la flessibilità di carriera dei dirigenti psicologi nel SSN, senza chiari vantaggi né per i professionisti né per il sistema.
SFIDE E PROBLEMI
Anche a marzo il rapporto tra intelligenza artificiale e salute mentale si conferma uno dei fronti più caldi di dibattito. Uno studio della Brown University ha identificato 15 rischi etici nell’uso dei chatbot come sostituti del terapeuta, tra cui empatia simulata, incapacità di gestire le crisi e pregiudizi culturali, concludendo che i modelli attuali non soddisfano gli standard professionali dell’APA.
L’OMS dal canto suo afferma la necessità di procedere trattando l’IA generativa come una vera e propria questione di salute pubblica, integrandone la valutazione d’impatto sulla salute mentale e co-progettando i relativi strumenti con clinici e utenti.
Sul versante formativo, nascono intanto corsi ECM 2026 per formare psicologi e psichiatri a un uso consapevole dell’IA in ambito sanitario.
Tra le popolazioni che i servizi faticano ancora a intercettare, un’inchiesta del Guardian del 22 marzo segnala poi la crisi silenziosa delle donne della Generazione X (45-60 anni): quasi due terzi riferiscono gravi difficoltà psicologiche, spesso ricondotte alla menopausa e quindi non trattate adeguatamente. Carichi di cura familiare, marginalizzazione lavorativa e fluttuazioni ormonali si sommano provocando ricadute che includono pensieri suicidari in circa 1 donna su 6 in perimenopausa, una fascia che non rientrando nei target giovanili né in quelli propri della terza età tende a non chiedere aiuto.
Il mese ha offerto infine occasione di confronto legislativo internazionale Due articoli infatti pubblicati sul blog critico Salute Mentale (Legge 180 vs. Mental Health Act britannico e La legge 180 è stata copiata nel mondo?) ricostruiscono come l’impulso basagliano alla deistituzionalizzazione abbia avuto grandi influenza sui sistemi sanitari di Spagna, Francia, Argentina e Brasile, senza però essere mai replicato integralmente. In tal senso l’elemento più originale della legge 180, la cancellazione di ogni presunzione di pericolosità del malato mentale, è rimasta un’eccezione italiana. Tutti gli altri ordinamenti mantengono forme di coercizione comunitaria che la legge 180 esclude, e aggiornano periodicamente le proprie normative, mentre quella italiana appare ferma, sospesa tra un’eredità ideale di grande valore e risorse strutturalmente insufficienti.
Sullo sfondo di questo panorama si inserisce anche il nodo irrisolto del rapporto tra femminicidio e salute mentale. Il processo per il caso Castignano, riguardante l’uccisione a dicembre 2024 di Emanuela Massicci da parte del marito Massimo Malavolta, per il quale a marzo si è svolto il confronto tra periti sull’imputabilità del Malavolta, già in carico al CSM e con un TSO pregresso, ripropone la domanda su quanto i servizi riescano davvero a intercettare situazioni di rischio conclamato. Il blog Salute Mentale la affronta direttamente, chiedendo se gli stalker siano da considerarsi malati mentali e sottolineando che almeno un terzo dei femminicidi coinvolge persone con disturbi della personalità già noti, che avrebbero bisogno di prese in carico strutturate e, in alcuni casi, di obblighi di cura. Commentando una petizione popolare per pene più severe, lo stesso blog ricorda che prevenire significa soprattutto intervenire prima, su persone già note per comportamenti violenti o persecutori.
SALUTE DELLA MENTE – OPINIONI, LAVORO, SOCIETA’
Il tema della salute mentale continua a guadagnare spazio nel dibattito pubblico anche attraverso voci inaspettate. A fine febbraio la cantante Noemi ha raccontato i tre anni in cui ha convissuto con la derealizzazione senza cercare aiuto, arrivando al pronto soccorso durante le prove di Sanremo 2012 prima di riuscire, molto più tardi, ad affrontare un percorso terapeutico. Una testimonianza che si affianca a quella di Gwyneth Paltrow, che in un’intervista ha descritto il senso di vuoto identitario vissuto nonostante il successo. Entrambe contribuiscono a normalizzare il ricorso alla cura psicologica, portandolo fuori dai margini.
Sul fronte del lavoro, un’analisi pubblicata su Alley Oop – Il Sole 24 Ore ricorda che il disagio psicologico nelle organizzazioni non è un’eredità della pandemia. I dati infatti mostrano un aumento costante già dal 2007, soprattutto tra i 18 e i 34 anni. Il 2020 poi ha funzionato da acceleratore culturale più che da causa e oggi un terzo delle aziende italiane offre servizi di supporto psicologico ai dipendenti, spinto anche dalla Generazione Z che ha portato in azienda aspettative di benessere prima mai manifestate. Su questo crinale si muove anche Unobravo, la piattaforma di psicologia online fondata da Danila De Stefano che oggi conta oltre 7 milioni di sedute erogate e che rappresenta un caso emblematico di come accessibilità e abbattimento dello stigma possano andare di pari passo con un modello imprenditoriale sostenibile.
Non tutto ciò che circola online sul benessere psicologico è però affidabile: uno studio dell’Università dell’East Anglia riportato da Euronews ha rilevato che fino al 56% dei post sui social dedicati a salute mentale e neurodivergenza contiene informazioni imprecise, con TikTok in testa (52% per i contenuti sull’ADHD). Il rischio non è solo la diagnosi fai-da-te, ma la patologizzazione di comportamenti ordinari e, paradossalmente, un aumento dello stigma. Al contrario sono esperienze dirette come quella del Teatro Patologico di Dario D’Ambrosi intervistato su One Health i cui quarant’anni di lavoro con ragazzi con disabilità psichica, oggi riconosciuto anche in ambito universitario, rappresentano uno strumento che non solo sostiene il singolo ma rimette in moto famiglie e intere comunità.
TERRITORI E PARTECIPAZIONE
Due articoli del blog Salute Mentale mettono a fuoco il ruolo dei familiari nel sistema di partecipazione alla cura. Il primo dedicato alle associazioni di familiari, mette in luce che quando queste nascono per impulso dei servizi stessi rischiano di diventare strumenti di consenso più che spazi di confronto autentico, con i familiari trattati da soggetti da educare piuttosto che da consultare. Il secondo mette in evidenza il silenzio dei familiari stessi con una distanza enorme tra lamentele private e sostanziale totale assenza di qualsivoglia protesta neanche in seno agli organismi partecipativi e consultivi deputati.
Questo sfondo trova riscontro puntuale nelle notizie territoriali di marzo. In Emilia-Romagna, Ravenna segnala un aumento costante delle richieste di supporto psicologico nelle Case della Comunità, con la figura dello psicologo di comunità ancora insufficiente rispetto alla domanda. In Calabria, la Terza Conferenza regionale sulla salute mentale fotografa una regione che ha finalmente gli strumenti normativi ma non i reparti: nessuna neuropsichiatria infantile ospedaliera attiva, 786 adolescenti ricoverati fuori regione e concorsi ancora non banditi. In Veneto, l’opposizione denuncia che non ci sono i fondi per lo psicologo di base e l’assistente di quartiere, promesse mesi fa ma scomparse dal bilancio regionale. Nelle Marche, gli psicologi scrivono alla Regione denunciando servizi al collasso e personale drammaticamente insufficiente.
Segnali positivi arrivano invece sall’Umbria, che con la legge omnibus ha istituito l’Osservatorio regionale sulla salute mentale e il benessere psicologico dei giovani, rivolto alla fascia 11-25 anni, con la partecipazione di ASL, scuole, università, magistratura minorile e Terzo settore. Un’iniziativa che arriva su sollecitazione degli stessi giovani e che tenta di colmare proprio quella frammentazione degli interventi che operatori e familiari continuano a segnalare come il problema strutturale più urgente.
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CHIUDIAMO QUESTO NUMERO AGGIORNANDO IL CONTATORE CHE INDICA DA QUANTO TEMPO NON SI RIUNISCE LA CONSULTA REGIONALE DEL LAZIO PER LA SALUTE MENTALE (L.R. N. 6 DEL 3 LUGLIO 2006). AD OGGI SONO PASSATI 1.364 GIORNI DA QUANDO – IL 12 LUGLIO 2022 – LA CONSULTA SI E’ RIUNITA PER L’ULTIMA VOLTA, PRIMA IN SEGUITO ALLE DIMISSIONI DEI SUOI COMPONENTI PER PROTESTA ALL’INTRODUZIONE DELL’ART. 19 DELLA L.R. 10/2022 E POI A CAUSA DELLA MANCATA EMANAZIONE DEL BANDO DI RICOSTITUZIONE DA PARTE DELL’ATTUALE CONSIGLIO REGIONALE CHE DI FATTO IMPEDISCE ALL’ORGANISMO DI TORNARE OPERATIVO.
